L’ex carabiniere, l’ultrà e i falsi boss. In aula la truffa del reportage sui clan a Milano. Ecco come è stato possibile

I collaboratori David Berian, ucciso in Africa, imputati a Milano per un documentario sui clan "Hanno utilizzato attori presentandoli come criminali, danno da 425mila euro per Discovery"

Il reporter Beriain è stato ucciso nel 2021 in Burkina Faso
Il reporter Beriain è stato ucciso nel 2021 in Burkina Faso

Milano, 28 novembre 2023 –  La “field producer“ della società 93 Metros, imputata, non riesce a trattenere le lacrime in aula, parlando dei giornalisti spagnoli David Beriain e Roberto Fraile, uccisi nel 2021 durante un’imboscata in Burkina Faso, dove stavano girando un documentario.

"David aveva esperienza e decideva da solo le domande – ricorda in aula un altro dipendente della casa di produzione imputato – faceva interviste lunghe, anche di sei ore, per ricavare 5-10 minuti di video".

Prima del loro interrogatorio, ha testimoniato in collegamento dal carcere l’ex broker della droga, ora collaboratore di giustizia, Vittorio Raso. Tra i testimoni citati l’ultrà Nino Ciccarelli, leader dei Viking nerazzurri.

Si parla di servizi segreti, mafia albanese e ’ndrangheta, camorra, chimici dei narcos colombiani, un parterre dove è difficile distinguere fantasia e invenzioni dalla realtà. È in corso infatti a Milano il processo con al centro lo “scivolone“ nella carriera del giornalista Beriain, quel reportage esclusivo sulla criminalità organizzata italiana, con interviste a esponenti della ‘ndrangheta in Lombardia, che si è rivelato finzione.

Il programma “Clandestino“, costato 425mila euro, fu trasmesso nel novembre 2019 dal canale Nove. Il trucco è venuto alla luce grazie a un carabiniere che, guardando la Tv, si è accorto che un palazzo milanese indicato come raffineria di coca era in realtà un normale condominio.

Gli intervistati, secondo le accuse, non erano criminali ma "attori" e figuranti reclutati per la messinscena.

Così Beriain è finito indagato per truffa aggravata in concorso con l’ex carabiniere Giuseppe Iannini - il “fixer“ che avrebbe messo in contatto il reporter con i presunti ’ndranghetisti da intervistare - e con i due responsabili della società di produzione spagnola 93 Metros.

Parte civile Discovery, l’acquirente del reportage “incriminato“. Il processo, dopo la scomparsa di Beriain (la sua posizione è stata stralciata e archiviata), è ora in corso a carico degli altri tre imputati. Sono accusati di aver "realizzato il reportage mediante l’utilizzo di attori, presentati quali appartenenti all’organizzazione criminale, inducendo in errore la società Discovery Italia e facendo credere che il servizio fosse conforme a quanto contrattualizzato". Provocando così un "danno" di 425mila euro, il costo del programma.

"Iannini ci sembrava credibile – spiega in aula uno degli imputati, rispondendo al pm Alessandra Cerreti –. Diceva di avere contatti con narcos, con un sicario, con il clan Papalia".

Per la sua attività di fixer l’ex carabiniere sarebbe stato pagato 60mila euro. Gli spagnoli sostengono di non aver avuto sospetti: gli intervistati apparivano come reali criminali. Iannini, difeso dall’avvocato Giuseppe Tuccillo, respinge a sua volta le accuse. Spetterà al giudice dirimere l’intricata matassa.

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