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15 feb 2022

Pozzuolo, lavoratori della Lgd: "Mogli e figli imprigionati a Kabul, aiutateci"

Lo strazio per la separazione dalle famigl ie, il calvario dopo il ritorno dei talebani: vogliamo riabbracciarli

barbara calderola
Cronaca
I magazzinieri afghani disperati dopo la separazione senza fine dalle famiglie: sono 18, hanno mogli e 62 figli imprigionati a Kabul
I magazzinieri afghani disperati

Pozzuolo Martesana (Milano) -  «Non possiamo più vivere senza le nostre famiglie". È lo strazio dei lavoratori afghani della Lgd dopo la separazione "senza fine". Sono 18, hanno 62 figli e mogli imprigionati a Kabul. "Le nostre bambine sono chiuse in casa terrorizzate". Il calvario, la paura per le vite più care "senza poter fare nulla per salvarle" è cominciato l’estate scorsa dopo il ritorno dei talebani, la tragedia della fuga con ogni mezzo dalla capitale e dal paese, finita per molti su un muro dell’aeroporto. Le loro donne non ce l’hanno fatta. Gli uomini sono qui da anni alla ricerca di una vita migliore "per dare un futuro ai nostri ragazzi". Poi, in poche settimane il sogno della democrazia esportata dagli americani e dall’Europa si è sciolto come neve al sole, le truppe alleate si sono ritirate, e per chi è lontano è cominciato l’inferno.

«Biglietti aerei già comprati per le vacanze a casa diventati all’improvviso carta straccia - racconta per tutti i magazzinieri Thana Imran -. Settimane di comunicazioni interrotte con l’angoscia che non dà tregua. Connessioni cancellate, niente messaggi, niente e–mail: nessun mezzo per avere notizie. Un dramma. Adesso riusciamo a parlarci al telefono, ma quei giorni di vuoto hanno cambiato per sempre le nostre vite. Abbiamo imparato cos’è la crudeltà. Non sapevamo nulla di loro, se non quello che dicevano televisione e giornali e non era certo rassicurante". Gli operai, papà e mariti, non riuscivano più a chiudere occhio davanti all’altro paradosso: "Non potevamo neppure spedire i soldi guadagnati per aiutarli a vivere, perché ogni canale era chiuso. Ci siamo sentiti doppiamente impotenti". Adesso, vorrebbero il ricongiungimento familiare.

«Siamo in attesa dello status di rifugiati politici, non possiamo lasciare l’Italia. Stiamo cercando il modo per riabbracciare mogli e figli". Ore, settimane, mesi sono diventati macigni, l’unico diversivo è il lavoro: "La situazione è difficile, la burocrazia pure e ogni giorno che passa temiamo per la loro sorte. In Afghanistan ci sono povertà, poca scuola e anche un’epidemia di morbillo che colpisce insieme alla malnutrizione i più piccoli. Una condizione gravissima, 5 milioni di minori sono sull’orlo della carestia e la terribile crisi economica – 40% di crollo in sei mesi - minaccia di lasciare più del 95% della popolazione senza nulla e con un sistema sanitario al collasso. Non lo diciamo noi ma le Nazioni Unite. Il segretario Antonio Guterres parla di un “paese appeso a un filo”. Immaginatevi cosa stiamo vivendo. La comunità internazionale e tutto il mondo temono per i diritti umani negati: non c’è un solo momento in cui questo dolore ci permetta di respirare liberamente. Abbiamo bisogno di mettere al sicuro i nostri cari".

L’appello non ha lasciato indifferente l’azienda. "Ci siamo subito mobilitati per aiutare i dipendenti a spedire il denaro a casa - dice Giuseppe Ghezzi, presidente di Lgd -. Ora, vogliamo metterci a disposizione della Farnesina per facilitare il ricongiungimento: la situazione dei nostri magazzinieri ci tocca nel profondo. ddVorremmo renderci utili: le istituzioni possono contare su di noi. Siamo al fianco degli operai che da troppo tempo vivono con questo macigno sul cuore. Non possiamo fare a meno di essere partecipi. È questione di umanità. Siamo pronti a fare la nostra parte".
 

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