Sono stati trasportati in piena notte più o meno 300 scatoloni con dentro i circa 25mila camici anti Covid sequestrati, su disposizione della Procura, nei magazzini della Dama spa, l’azienda di cui è amministratore Andrea Dini, il cognato del governatore Attilio Fontana, con lui indagato nell’inchiesta sulla fornitura da oltre mezzo milione di euro di dispositivi di protezione individuale, tra cui appunto 75 mila camici, da consegnare in piena pandemia alla Regione. Fornitura...

Sono stati trasportati in piena notte più o meno 300 scatoloni con dentro i circa 25mila camici anti Covid sequestrati, su disposizione della Procura, nei magazzini della Dama spa, l’azienda di cui è amministratore Andrea Dini, il cognato del governatore Attilio Fontana, con lui indagato nell’inchiesta sulla fornitura da oltre mezzo milione di euro di dispositivi di protezione individuale, tra cui appunto 75 mila camici, da consegnare in piena pandemia alla Regione. Fornitura che, una volta emerso il conflitto di interessi, i due hanno cercato di trasformare in donazione, anche se l’ordine non è stato perfezionato per la mancanza di un contratto valido (solo una mail) e per via delle molte perplessità espresse dagli avvocati di Aria.

Pasticcio su pasticcio, il presidente della Lombardia ha poi tentato di risarcire, per il mancato introito, il cognato con un bonifico di 250 mila euro da un conto in Svizzera scudato. Operazione risultata sospetta e segnalata dalla Banca d’Italia alla gdf e quindi alla procura. Dai primi riscontri delle Fiamme Gialle, inviate dalla magistratura nell’azienda di Dini per riscontrare "l’esatta corrispondenza qualitativa e quantitativa" dei camici mai inviati ad Aria, è risultato che il lotto dei 25 mila pezzi in questione, che, secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe poi tentato di vendere a una Rsa del varesotto, è completo. Il materiale è ora custodito in un magazzino nella disponibilità dell’autorità giudiziaria. Se l’imprenditore dovesse decidere di donarlo per far fronte all’emergenza ancora in corso, la Procura è ben disposta a dare il nulla osta al dissequestro. Nel decreto che mette i sigilli ai camici- sei pagine circa in cui è ricostruita la vicenda passo passo - è contenuta anche parecchia documentazione contabile, dalle bolle di acquisto del tessuto certificato Ce, alle fatture emesse dai laboratori esterni che hanno confezionato i camici che la ditta aveva tagliato. Andrea Dini di fronte all’ultimo provvedimento dei giudici ha espresso sollievo: "Per me è una liberazione il sequestro dei camici perché i giudici hanno constatato che sono qua, non vedevo l’ora di liberarmene". Dini, riferiscono fonti a lui vicine, "è sicuro di avere agito nella massima correttezza e sostiene di non aver voluto guadagnare un euro dall’operazione, smentisce anche di avere voluto vendere a una casa di cura varesina, come ipotizzato dai pm, i 25mila camici.

Anna Giorgi