Un’immagine d’archivio di sala operatoria
Un’immagine d’archivio di sala operatoria

Milano, 1 luglio 2017 - Quella sera qualcosa andò storto. Quasi tutto, per i giudici. L’8 settembre 2007 Sergio (nome di fantasia) nacque con una lesione del plesso brachiale (e conseguente perdita di funzionalità della mano sinistra), asfissia grave, coagulopatia e insufficienze respiratoria, epatica e renale. Danni provocati, secondo le sentenze penali di primo e secondo grado (condanna per lesioni personali gravi annullata dalla Cassazione per prescrizione nel 2016), da errate manovre effettuate nella sala parto dell’ospedale Buzzi dalla ginecologa Beatrice T., ora condannata dalla Corte dei conti a risarcire 400mila euro agli ex Icp (dal 2016 Asst Nord Milano, all’epoca il Buzzi ricadeva nel loro perimetro) che hanno complessivamente liquidato, a titolo di franchigia contrattuale, quasi 684mila euro alla compagnia assicurativa Qbe (su 814.182 euro fissati come risarcimento tra penale e civile e da questa pagati ai genitori del bambino).

Secondo quanto scritto nella sentenza dei giudici contabili – sulla base delle conclusioni della Suprema Corte – «la condotta incongrua e gravemente colposa» della ginecologa sarebbe consistita «nel non aver correttamente interpretato le alterazioni del tracciato cardiotocografico nella fase del travaglio; nella conseguente errata scelta di non effettuare un parto cesareo; nell’uso intempestivo e inopportuno della ventosa ostetrica; nell’errato compimento delle manovre per liberare la spalla distocica (eccessiva trazione della testa fetale) idonee a cagionare l’evento lesivo e le altre gravissime lesioni sofferte dal neonato». I legali di T. hanno sostenuto che «la colpa grave della ginecologa andrebbe esclusa sulla base della ricostruzione dei fatti, che vede la partoriente ricoverata alle 10.30 del 7 settembre, sottoposta a visita ostetrica alle 18.45 senza che venisse evidenziata alcuna anormalità e visitata per la prima volta dalla dottoressa T., appena entrata in servizio, alle 20.20». E dell’«imprevedibilità» della distocia (è quando le spalle del bimbo restano incastrate durante il parto), in assenza «di alcuno dei codificati criteri predittivi». Infine, la difesa ha evidenziato «l’errato computo del danno» determinato dalla Procura, «che non ha tenuto conto degli esborsi già effettuati dalla compagnia assicurativa della dottoressa pari a euro 208.557,80 e riversati alla compagnia assicurativa dell’ospedale, che li aveva anticipati».

Prime due tesi rispedite al mittente dai giudici contabili, che hanno ritenuto accertato "il nesso di causalità" tra la condotta della ginecologa e le lesioni del neonato. Ravvisate pure grave negligenza e imperizia «per non avere preso in esame la diversa soluzione di effettuare un parto chirurgico, quando tale ipotesi era ancora praticabile e, una volta optato per l’uso della ventosa ostetrica e verificatosi, in modo non imprevedibile, la complicanza distocica, aver effettuato in modo imperito la manovra di estrazione». Risultato: deve risarcire 400mila euro all’ospedale a titolo di «danno patrimoniale indiretto».