Milano, 20 aprile 2018 - Sarà un profumo di miele a condurvi fino a loro. A emanarlo è un piccolo albero, è il Prunus Laurocerasus che costeggia la stradina stretta e sterrata che parte da via Caio Mario, poco dopo il civico 51, poco dopo l’ultimo avamposto di case. In fondo a quella stradina c’è un terreno di 2,4 ettari fino a 4 anni fa condannato ad essere una delle tante terre di mezzo tra tangenziali e capannoni industriali. Vi svettavano due piccole discariche abusive, una cumulata ad un estremo ed una cumulata all’estremo opposto: come a sbarrare ogni futuro, come lapidi.

Oggi sulla stessa terra svettano 23 filari di alberi, alcuni ancora spogli, alcuni già in fiore. Filari lunghi dai 150 ai 180 metri, che espongono al sole duemila piante per 60 specie diverse. Qui oggi si gioca una scommessa: far prosperare un frutteto unico perché aperto a tutti e perché ospitato entro i confini di Milano. Alla fine della stradina sterrata, alla fine del profumo di miele, si è ancora in città, si è ancora nel quartiere di Quinto Romano, si è ancora nel parco Agricolo Sud. E allora ci sono loro: Sergio Pellizzoni e Fabio Ziller, due dei fondatori di FruttaInCampo. L’idea è semplice: chiunque potrà venire al frutteto, raccogliere da sé la frutta direttamente dall’albero e pagarla secondo il peso. Per sapere quali frutti si possono raccogliere e quando, basterà connettersi al sito internet di FruttaInCampo. Ci siamo quasi, l’esordio è vicino: «Il 10 maggio chi vorrà potrà raccogliere e acquistare le prime ciliegie». Già, Ziller si azzarda a comunicare addirittura il giorno esatto, come non esistessero scherzi della natura. «Vogliamo dimostrare che l’agricoltura periurbana si può fare – spiega Pillizzoni – e che rappresenta una risposta possibile e forte non solo alla cementificazione ma anche al frazionamento delle terre e alla pesante riduzione della biodiversità provocata dall’agricoltura industriale monospecie».

Cercando radici nel tempo, questi filari di città: «Secondo il Catasto Teresiano (entrato in vigore nel 1760 sotto l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo ndr) qui, su queste terre, c’erano vigneti – fa sapere Pellizzoni –. L’agricoltura milanese e lombarda era un modello per l’Europa. Dobbiamo riscoprire il valore di questo passato, lo stiamo perdendo». E nel tempo pazientano per poterne prendere il meglio: «Chi mangierà i nostri frutti, mangierà qualcosa di speciale – assicura Pellizzoni –: alcuni tipi di prugna, ad esempio, prendono il loro sapore solo nelle ultime ore della maturazione, per questo noi li lasciamo sull’albero fino all’ultimo. La frutta in vendita nella grande distribuzione, invece, viene raccolta quando è ancora acerba». Li si ascolterebbe per ore questi due: «Sa che Rogoredo era nota per la produzione di fragole?». Dalle mele alle ciliegie, passando per pere, susine, prugne fino alle albicocche e all’uva: ricca la produzione del frutteto. Coltivazioni fedeli alla filosofia bio ma senza fondamentalismi: «Pochi trattamenti, solo quelli essenziali» precisa Pellizzoni. «Ma quello che tratto – rivendica subito dopo – lo assaggio io per primo». Tra i concimi si usa anche la cenere del legno perché contiene potassio, calcio, fosforo e niente azoto. L’obiettivo è vendere almeno 300 tonnellate di frutta l’anno.

Una missione, quella di FruttaInCampo, che ai 12 soci fondatori, ai «12 apostoli», come dice ironico Ziller, è valsa un investimento di circa 300mila euro. Per Ziller è un ritorno alle origini: figlio di contadini della Val di Non, ha lavorato una vita come dirigente di un’azienda informatica. «Qui sono ringiovanito» dice ora. Anche tra gli altri soci c’è chi, come lui, ha lavorato o continua a lavorare in ufficio. Ma poi hanno deciso di tornare a sporcarsi le mani. Fin dall’inizio: «Il materiale accumulato nelle due discariche che occupano questo terreno lo abbiamo separato pezzo per pezzo con le nostre mani – racconta Pellizzoni – in modo da risparmiare sullo smaltimento che, altrimenti, ci sarebbe costato più dell’acquisto del campo». È la filosofia del gruppo, questa: «Ad un certo punto, le chiacchiere ti devono cadere in mano».