DIEGO VINCENTI
Cronaca

Fraternità, quello slancio nel futuro Da esplorare pensando all’Apocalisse

Allo Strehler la seconda tappa della trilogia di Guiela Nguyen sul concetto più difficile del motto rivoluzionario

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di Diego Vincenti

Un imperativo morale. Non facile da definire a livello legislativo. E per questo ancora più urgente, in un processo che passa attraverso la responsabilità civile dell’individuo. Non a caso che del celebre slogan rivoluzionario la Fratellanza è sempre stata il concetto più discusso, dalla storia istituzionale complessa. Eppure oggi, terzo millennio, la necessità furiosa di un agire non egoistico, di mettersi nei panni dell’altro, pare l’elemento chiave per un reale mutamento valoriale.

Da poco direttrice del Théâtre National de Strasbourg, Caroline Guiela Nguyen ha deciso di affrontare il tema in una trilogia profondamente politica. Dove i nuovi dispositivi della scena s’intrecciano alla lucidità teorica nell’analizzare la contemporaneità. "Fraternité, Conte fantastique" è la seconda tappa del percorso, dal 26 al 28 gennaio al Piccolo Teatro Strehler che ha accolto la regista nella sua scuderia di artisti associati. Tre sole repliche. Imperdibili. "Amo tutto della parola “fraternità“ – sottolinea Nguyen, nata a Poissy una quarantina d’anni fa –. Mi piace che sia un processo, un progetto che pone la questione dell’alterità, ma anche dell’immediatezza: riconoscere l’altro come fratello, senza esitazione, in quanto componente di uno stesso consorzio umano. Spesso tendiamo a confonderla con “solidarietà“, che è certamente molto bella e molto forte, ma si esaurisce nel presente. Invece, è possibile nutrire uno slancio fraterno nel futuro e non averlo affatto provato nel passato: amo quella tensione, quell’atto eternamente sospeso". Riflessione che sul palco trova sviluppo in una curiosa allegoria fantascientifica, che ricorda certe atmosfere di DeLillo. O anche il recente "Inno americano" di Noah Hawley. Lo spunto infatti è la tragedia all’improvviso, in pochi minuti, durante un’eclisse: apparentemente senza ragioni, scompare metà della popolazione mondiale. Il lavoro si concentra quindi su chi rimane.

Vite sospese che paiono un caleidoscopio di culture, linguaggi, radici. Ospitate in "centri di cura e consolazione" dove le giornate scorrono nell’attesa, ignorando il destino dei propri cari. Come se ci si ritrovasse a condividere la sorte dei migranti, dei profughi, delle vittime di ogni guerra. Con la consapevolezza che solo attraverso la fratellanza si potrà ritrovare un senso all’esistenza. Un lungo racconto. Frazionato in decine di voci. Con oltre una dozzina d’interpreti, fra attori professionisti e non. Produzione imponente, in prima assoluta italiana, e occasione per avvicinare un’artista che presto al Piccolo aprirà un nuovo ciclo di lavoro dedicato alla storia contemporanea delle lacrime. E a una visione non fanatica della spiritualità.

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