“Domànica“. Bob Marley e il “Giamaica“

Claudio Negri, un appassionato di reggae, era conosciuto come il "Negroni sbagliato". Sognava di nascere in Giamaica e ammirava Bob Marley. Franco Giamaica, un dj radiofonico, gli dedicò una speciale trasmissione quando Marley morì. Anche se Franco non è più con noi, la sua sensibilità e la passione per la musica restano vive.

Negri

Era nato per sbaglio in Martesana. Ma ci viveva comunque bene. Anche noi eravamo nati più meno per caso nel contado milanese che l’Adda rinserra a oriente. Ma lui era, fra tutti, il vero Negroni sbagliato. Potendo scegliere, gli sarebbe piaciuto venire al mondo in Giamaica. Alla radio che tenevamo viva in posizione tra le modulazioni di frequenza nei primi Anni Ottanta, con molta musica e anche tante parole, lui era per il nostro Franco Giamaica. Era un fervente discepolo di Bob Marley e del reggae, anche se, guardando la sua buccia a pelle, il suo aspetto fisico, non l’avresti mai detto. Ma importava forse qualcosa? Franco Giamaica non badava alle apparenze, né aveva bisogno di una ciocca di capelli più annodata per essere giamaicano vero, dentro. Era un flusso di note tra l’ocra e il verde trasognato, rabbia-lacrime-amore, che lo commuoveva nel profondo. Arrivava in radio con il suo cartoccio di dischi sacri. Trasmetteva di sera, scivolando piano nella notte, facendosi da solo scaletta, regìa e compagnia bella. Parlava a occhi chiusi di tutti i colori del buio, ritmando con la testa. Aveva un sordo dolore di fondo per il grande capo, malato di cancro. La brutta bestia stava risalendo il corpo dell’artista dall’alluce al cervello e Giamaica ne parlava con accenni sfumati, simbolici: “Sembra che il sabato non voglia farsi domenica, ma la domenica comunque verrà, anche per Bob”. Quando Marley morì, l’undici maggio 1981, Franco gli dedicò una dolente, appassionata diretta speciale. Andò al mcrofono a torso nudo, fazzoletto rosso al collo, occhi più che mai chiusi, un cero acceso sul bancone di regìa, scenografia essenziale di un dolore condiviso. Il nostro Giamaica non c’è più da molti anni, ma non è questa la fine di una storia, di una sensibilità, di una stagione di radio che accendevamo come falò in notti limpide e cieli immensi, tra le vaghe stelle dell’Orsa. Resta comunque in campo un giorno dopo, con le esili, ma ostinate speranze di noi tutti: “Domenica – diceva Franco – dovrebbe essere sempre domani. Potremmo chiamarla domànica...”.

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