
Claudio Piani con la sua bicicletta in piazza Duomo
Abbandonare i ritmi frenetici della grande metropoli per intraprendere un viaggio alla scoperta del mondo e di se stessi; potrebbe sembrare la trama di un film, ma per Claudio Piani, “nomade” di professione, si tratta di una scelta di vita. In sella alla sua bicicletta, il 37enne di Quarto Oggiaro, ha lasciato la periferia nord di Milano per assaporare la bellezza di culture profondamente distanti da quella europea.
Dalla Giordania al Tibet, fino al campo base dell’Everest; negli ultimi dieci anni Piani ha sperimentato tante vite diverse, macinando chilometri e scontrandosi con i pericoli che un viaggio on the road porta con sé. "In Kazakistan mi hanno puntato un coltello alla gola, ma è in Afghanistan che ho rischiato di più: lì mi sono imbattuto nei talebani", racconta il viaggiatore milanese. Pedalando tra mille difficoltà e fragili equilibri sociali, Piani è riuscito – munito di una tenda canadese e di un sacco a pelo – a fare del mondo la sua casa.
Claudio Piani, quando ha scelto di diventare un nomade?
"Nel 2014 avevo una vita tranquilla, un lavoro e una casa. Ho deciso di lasciare tutto e prendermi un anno sabbatico: volevo raggiungere l’Australia senza utilizzare l’aereo. Ormai viaggio da dieci anni, ma ai tempi non avevo pianificato una vita da nomade".
E con i soldi come fa?
"Lavoro per sei mesi in Paesi in cui le paghe sono buone e per la restante parte dell’anno mi dedico ai viaggi. In Cina, ad esempio, ho fatto l’allenatore di basket e l’insegnante di inglese e così ho racimolato un bel gruzzoletto".
Cosa l’ha spinta ad abbandonare l’Italia?
"Avevo sete di conoscenza, volevo scoprire quella parte di mondo che per molti anni avevo ignorato. La mia però non è una fuga dall’Italia. In molti criticano la società occidentale ma è bene ricordare quanta sicurezza, in termini di diritti, riesca a darci rispetto ad altri contesti".
Com’è la giornata di un nomade?
"Dopo un giorno intero a pedalare mi capita di accamparmi nel deserto o nelle foreste. Ricordo le notti nella steppa dell’Uzbekistan: il buio mi avvolgeva mentre le stelle nel cielo mi tenevano compagnia. Quando viaggio mi sembra di danzare con la natura".
Ha mai avuto paura?
"In Afghanistan mi hanno fermato i talebani. Mi hanno bendato, caricato in macchina e portato in una loro caserma dove mi hanno interrogato. Mi sentivo oppresso, senza nessuna via di fuga. Ho tirato un sospiro e ho pensato: ‘Se ne esco vivo posso superare ogni ostacolo’".
Lei ha attraversato l’Afghanistan in bici dopo il ritorno dei talebani: com’è il clima a Kabul?
"Una parte degli afghani è contento perché crede che i talebani abbiano portato maggiore sicurezza, ma l’altra parte teme per il destino delle donne e delle minoranze etniche che vivono nel territorio. Tanti uomini sono preoccupati perché le loro figlie non possono più frequentare la scuola".
Come l’hanno cambiata questi dieci anni di viaggio?
"Un tempo ero il classico milanese assorbito dai ritmi frenetici della città; entrare in contatto con realtà diverse mi ha permesso di trovare un nuovo equilibrio e mi ha fatto capire che nella società della performance saper rallentare può letteralmente cambiarti la vita".