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6 ott 2020

Cassa Covid, scovati dall’Inps 350 'furbi'

False assunzioni: 86 nel mirino. Dipendenti al lavoro da casa nei giorni di stop e sussidi senza cali di fatturato

andrea gianni
Cronaca
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Una manifestazione organizzata dai sindacati per chiedere tutele

Milano, 6 ottobre 2020 -  L’operazione della Guardia di finanza di Gorgonzola, con la denuncia di quattro società accusate di aver ottenuto quasi 100mila euro di soldi pubblici per l’emergenza coronavirus senza averne bisogno, è solo la punta dell’iceberg. Fra le tante aziende che faticano a stare a galla e rispettano le regole si nascondono imprese che truccano le carte, nascono da un giorno all’altro e fanno figurare assunzioni fittizie solo per prendere i contributi, costringono i dipendenti a lavorare da casa quando sono in cassa, accedono agli aiuti pur senza registrare cali di fatturato.

Solo sul territorio della Città metropolitana gli ispettori dell’Inps di Milano, da quando è esplosa la pandemia, hanno passato al setaccio oltre 35mila aziende beneficiarie della cassa integrazione per i dipendenti, con un lavoro certosino di incrocio dei dati e di analisi dei fatturati di ditte che hanno chiuso e hanno continuato a lavorare durante il lockdown. I risultati dell’attività di intelligence finora hanno fatto scattare l’allarme rosso su oltre 330 aziende, fra cui 86 per possibili assunzioni fittizie, di parenti o conoscenti fatti figurare come dipendenti per garantirgli uno stipendio con soldi pubblici. Altre sette ispezioni sono scattate in seguito a segnalazioni arrivate all’Inps. Infine quattro società sono finite sotto la lente, in una attività congiunta con i carabinieri del Nucleo Ispettorato del lavoro, per "problematiche in ordine all’erogazione della cassa integrazione ai lavoratori".

Altre ispezioni riguardano il mancato rispetto degli accordi sindacali per l’accesso alla cassa. Le aziende palesemente irregolari, scovate dagli investigatori dell’Inps, vengono inibite dalle prestazioni Covid19, mentre nei casi più gravi scatta anche la denuncia alla Procura. Molti “furbi“, però, riescono a sfuggire ai controlli. "Cerchiamo di perseguire quei fenomeni, particolarmente odiosi in un periodo di crisi, di ingiusto arricchimento attraverso l’indebita percezione degli ammortizzatori sociali – spiega Mauro Saviano, direttore della filiale Metropolitana Inps –. Si è quindi proceduto ad individuare le aziende che hanno fruito della cassa integrazione nelle sue varie articolazioni provando ad intercettare quelle che presentavano indici di rischiosità individuati in una prima fase in assunzioni anomale in periodo di lockdown e, successivamente, in aziende che si ipotizza abbiano usufruito di cassa integrazione in maniera massiva ma, nello stesso tempo, non hanno di fatto sospeso l’attività produttiva utilizzando a tal fine le modalità dello smart working". Una "continuità fraudolenta dell’attività produttiva" con costi scaricati sulla collettività, nascondendosi nel mare delle aziende che hanno bisogno di sostegno per superare la crisi, con lo spettro di un boom di licenziamenti quando verrà meno il divieto.

I settori più a rischio, secondo quanto è emerso dai controlli, sono quelli dell’edilizia, le cooperative, la somministrazione di manodopera. Una giungla dove si nascondono i “furbetti“ dei sussidi, che hanno messo in campo trucchi più o meno ingegnosi per drenare denaro pubblico. La posta in gioco non è da poco e, per questo, in autunno è in programma un aumento dei controlli anche attraverso sinergie fra chi si occupa della vigilanza. "La Direzione centrale Inps – prosegue Saviano – ha concordato un percorso di condivisione con l’Ispettorato nazionale del lavoro della metodologia realizzata a livello locale. A ottobre il patrimonio informativo dell’istituto sarà reso disponibile per gli accertamenti in materia di contrasto all’indebita percezione della cassa integrazione",
 

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