L’urlo degli assistenti sociali: "Noi, in 39 per 7.000 casi. E solo cinque stanze per ricevere gli utenti"

I lavoratori dell’Ufficio di esecuzione penale esterna in stato di agitazione. Sulla “carta“ dovrebbero essere 79, seguono messe in prova e pene alternative. Sfuma il tentativo di conciliazione dal prefetto. "Soli e a rischio burn-out"

Una manifestazione del 2017: stesso problema, casi triplicati

Una manifestazione del 2017: stesso problema, casi triplicati

Milano – Sulla pianta organica dovrebbero essere 79, ma nei fatti i funzionari di servizio sociale dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Milano (Uepe) sono 39. E si prendono cura di oltre settemila casi, occupandosi dei detenuti che scontano la pena fuori dal carcere, beneficiando di una delle misure alternative alla detenzione o della messa alla prova. Per questo hanno proclamato lo stato di agitazione, come avevano fatto i colleghi dell’Ussm di Milano: in venti seguono oggi circa 700 minori. Entrambi gli uffici sono articolazioni del Ministero della Giustizia e vedono al centro la figura dell’assistente sociale.

«A causa delle gravi carenze di organico, il personale di servizio sociale ma anche amministrativo e contabile si trova in una condizione di enorme sovraccarico di lavoro e continua a vedersi assegnate sempre più mansioni – sottolineano i rappresentanti sindacali –. L’ufficio è al collasso e il personale allo stremo, al punto da decidere di proclamare nuovamente lo stato di agitazione. Anche il tentativo di conciliazione dinanzi al Prefetto è fallito". L’incontro si è chiuso il 23 febbraio con un nulla di fatto: è sfumato ogni accordo e non ci sono all’orizzonte nuovi tentativi di conciliazione.

Il problema è cronico. Già nel 2015 i funzionari di servizio sociale di Milano avevano fatto sentire la loro voce: allora erano una trentina per 2.500 casi da gestire, tra affidamenti in prova, lavori di pubblica utilità, detenzioni domiciliari e semilibertà. "Le riforme della Giustizia degli ultimi 10 anni hanno aumentato il lavoro dell’Uepe – ricordano i lavoratori – che però non ha beneficiato di un proporzionale incremento del personale operante, lasciato solo e senza strumenti necessari per prevenire situazioni di ’burn-out’ tipiche delle professioni d’aiuto". In 39 si trovano a gestire casi molto complessi: ciascuno degli utento va seguito passo passo per un reale reinserimento nella società. I funzionari dovrebbero essere il doppio anche secondo il bollettino ufficiale del Ministero della Giustizia.

«Le gravi carenze sono anche di natura strutturale – proseguono gli assistenti sociali –, l’ufficio (che si trova in via Numa Pompilio, zona San Vittore, ndr) è fatiscente ed estremamente inadeguato a fronteggiare la numerosa utenza, disponendo di sole cinque stanze per il ricevimento. Non è garantito l’accesso delle persone con disabilità a causa della mancanza di ausili funzionanti". Ci sono ancora barriere architettoniche da abbattere. "Sono anni che l’Uepe di Milano chiede attenzione, al fine di poter rispondere al proprio mandato istituzionale e garantire un servizio efficiente e di qualità volto al reinserimento sociale e alla prevenzione della recidiva - concludono i dipendenti, chiedendo un cambio di passo, per loro e per gli stessi utenti -. Ancora oggi, dopo tanti anni, il nostro grido di aiuto sembra non essere di interesse in primis dalla sua stessa amministrazione".

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