FEDERICA PACELLA
Cultura e Spettacoli

Mantova, George Arbid amplia gli orizzonti: “L’architettura crea inclusione e scambio umano”

Il fondatore dell’Arab Center di Beirut alla rassegna Mantovarchitettura. “Sono un po’ sospettoso riguardo alla parola sostenibilità. È stata abusata”

eorge Arbid, fondatore e direttore dell’Arab Center for Architecture di Beirut, tra gli studenti al festival “Mantovarchitettura"

eorge Arbid, fondatore e direttore dell’Arab Center for Architecture di Beirut, tra gli studenti al festival “Mantovarchitettura"

Mantova – Andare oltre i confini, spesso più mentali che fisici, per scoprire la bellezza che passa anche dall’architettura. Così George Arbid, architetto, fondatore e direttore dell’Arab Center for Architecture a Beirut, ha provato ad ampliare gli orizzonti raccontando la cultura architettonica araba, oltre i grandi maestri del modernismo. Lo ha fatto nell’ambito di Mantovarchitettura, il progetto culturale ideato e organizzato dal Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, nell’ambito delle attività della Cattedra Unesco in Pianificazione e tutela architettonica nelle città patrimonio mondiale dell’umanità.

Dell’iniziativa, che trasforma Mantova in una capitale dell’architettura, Arbid ha apprezzato l’apertura alla cittadinanza, andando oltre gli addetti ai lavori. In calendario, fino al 7 giugno, ancora numerosi appuntamenti, tra cui quelli con Anupama Kundoo (31 maggio ore 11, al Campus Mantova), Sebastián Irarrázaval (il 31 alle 15, Campus Mantova), ciclo Master su Carlo Scarpa, con Francesco Dal Co, direttore delle storica rivista Casabella (1 giugno 2024, ore 10, Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona).

George Arbid, lei è stato tra i membri fondatori dell’Arab Center for Architecture a Beirut. Quali sono le caratteristiche dell’architettura moderna nel mondo arabo e quali sono i punti in comune e le differenze con l’architettura moderna europea?

"Devo dire che se cerchiamo delle caratteristiche nell’architettura del mondo arabo e dell’Europa, potremmo perdere la varietà delle direzioni. Certo, alcune influenze possono essere individuate grazie agli studi degli architetti, ai viaggi, alle riviste, eccetera. Tuttavia, è controproducente cercare solo questo. Gran parte delle influenze sono di origine nazionale e derivano dalle condizioni locali del luogo e del tempo come la risposta del clima, i nuovi programmi, i materiali disponibili e le tecniche di costruzione, nuove e vecchie. Le città sono anche lo specchio di una società che cambia e, negli ultimi decenni, le nostre società sono sempre più multietniche".

Come si riflette questo nell’architettura? E può l’architettura agevolare l’inclusione?

"L’architettura ha un ruolo immenso. Creare opportunità di scambio umano, anziché di segregazione. Dare potere alle comunità attraverso la partecipazione. Anche la formazione architettonica ha un ruolo, quello di esporre gli studenti a situazioni diverse da quelle che conoscono. Per questo sono molto felice di condividere con voi colleghi e studenti la mia esperienza nel mondo arabo. I programmi che si aprono all’“estraneo“ hanno un risultato migliore rispetto a quelli che si mantengono in un ambito familiare. Con la rivoluzione industriale le città hanno subito trasformazioni epocali, di cui ancora oggi vediamo gli effetti".

Oggi c’è una nuova “rivoluzione” in corso, ovvero quella della sostenibilità. Come l’architettura può cambiare le città secondo l’approccio sostenibile?

"Sono un po’ sospettoso riguardo alla parola sostenibilità. È stata abusata. Ogni buona architettura è in qualche modo sostenibile. Un gran numero di edifici moderni sono sostenibili perché consentono la flessibilità, rispondono al clima con buon senso, non per essere apprezzati e valutati dalla certificazione di sostenibilità. Architettura e urbanistica vanno di pari passo, solo che la scala di intervento è diversa".