LUCA TAVECCHIO
Cultura e Spettacoli

Gianni Biondillo, architetto da romanzo criminale: “Il noir nasce tra le paure delle città”

Lo scrittore al festival Mantovarchitettura, incontro su urbanistica e letteratura: “Chandler racconta la trasformazione della West Coast, Simenon fa pensare subito a Parigi, Scerbanenco ha reso Milano la capitale del giallo"

L'autore Gianni Biondillio (Fotogramma)

L'autore Gianni Biondillio (Fotogramma)

Mantova, 15 maggio 2024 – “Urbanistica e noir, sembra uno strano ossimoro. E invece sono profondamente connesse. Perché, i gialli come si chiamano in Italia e la letteratura di indagine, nascono con le città moderne e ne rappresentano ansie e paure". Mantovarchitettura, la rassegna in corso nella città dei Gonzaga, propone oggi, mercoledì 15 maggio, alle 18 il primo di 3 incontri sul tema Urbanistica e noir, e chi meglio di Gianni Biondillo può raccontare il rapporto tra l’arte di progettare edifici e organizzarli nello spazio urbano e quella di costruire i palazzi immaginari della letteratura.

Biondillo è architetto e giallista, ma anche scrittore di saggi come “Sentieri metropolitani“ che si occupa proprio del rapporto tra narrazione e luoghi della città. Il suo ultimo romanzo è “Quello che noi non siamo“, in cui i protagonisti sono proprio gli architetti, in particolare quelli che si opposero al fascismo.

Biondillo, da dove si può partire per raccontare il rapporto tra urbanistica e noir?

"Da Edgar Allan Poe nell’Ottocento. Il noir e la letteratura di indagini sono nate lì, con la rivoluzione industriale e l’enorme crescita delle città. Masse di contadini che si spostano nei grandi centri e vivono in costante allerta. Il noir rappresenta queste nuove ansie e paure. Prima sono Londra e Parigi, poi arrivano le altre città. I cui scenari diventano essenziali per dare concretezza e solidità alle vicende, che altrimenti resterebbero astratte e violerebbero il patto con il lettore".

Quale patto?

"Quello ‘segreto’ tra scrittore e lettore. Chi legge è disposto a farsi trasportare nell’intreccio dei fatti criminali e delle indagini ma deve sentirli reali e possibili".

Se dovesse indicare qualche autore in cui questo rapporto è particolarmente stretto?

"Direi Raymond Chandler, i cui libri raccontano la trasformazione urbana della West Coast negli anni ‘40 più di qualsiasi saggio. Georges Simenon, il cui nome fa subito pensare a Parigi. E poi il nostro Giorgio Scerbanenco, così preciso nel raccontare Milano e i suoi luoghi. È anche grazie a lui che Milano è diventata la città noir per eccellenza".

Cosa fa di Milano una città così noir?

"Le contraddizioni e i divari sociali che vivono a stretto contatto. Io abito in via Padova, quartiere di ‘confine’ per eccellenza, eppure in 10 minuti a piedi sono in Città Studi, quartiere borghese e benestante. È una città in cui convivono l’abisso del bosco della droga di Rogoredo e gli scintillanti grattacieli di Citylife. Un contrasto che è un motore formidabile di storie".

Anche il protagonista dei suoi gialli, l’ispettore Ferraro, ha un legame particolare con la città.

"Difficile immaginare Ferraro senza i quartieri che attraversa nelle sue indagini, soprattutto quelli popolari come la ’mia’ Quarto Oggiaro, o Baggio, o via Padova. Gli edifici, le strade, i percorsi rappresentano i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, una topografia che costruisce il personaggio. La città, le sue vie e le sue architetture sono una parte fondamentale dei miei libri. C’è solo un posto che, per scelta, non c’è nei miei gialli".

Quale?

"Il Duomo. Quando ho iniziato a scrivere mi sono promesso di evitarlo. Volevo evitare proprio l’immagine stereotipata di Milano, da cartolina. Anche perché i milanesi piazza Duomo non la frequentano molto. Sono tutt’altri i quartieri che frequentano".

Come sopravvivono i suoi studi di architettura nel mestiere di scrittore?

"Il piacere che mi dà raccontare i luoghi e i quartieri, con le loro caratteristiche umane e urbanistiche. E poi c’è il metodo. Non esercito la professione da molto tempo, però affronto la scrittura di un romanzo come se fosse un progetto. Dall’abbozzo iniziale fino alla stesura definitiva. Ora sto scrivendo un libro sul rapporto tra Milano e il cinema e l’approccio da ‘tecnico’ delle costruzioni è fondamentale. Devo fare un po’ il direttore di cantiere".