TOMMASO PAPA
Cultura e Spettacoli

Da New York a Mantovarchitettura, Andrew Berman rinnova la Casa del Mantegna

Parte a Palazzo Te la rassegna: un mese di eventi e dibattiti. L’ architetto-attivista in prima linea nella conservazione dei quartieri newyorkesi: "Panchine e luce naturale per migliorare l’edificio"

L’architetto-attivista statunitense Andrew Berman

L’architetto-attivista statunitense Andrew Berman

Si alza il sipario sul più importante forum italiano dedicato all’architettura. A Palazzo Te, martedì 7 maggio alle ore 18, “Mantovarchitettura“ inizia il proprio percorso che si concluderà tra un mese, il 7 giugno. La rassegna del Politecnico viene aperta dalla lecture di un caposcuola, il professor Paolo Zermani, prima delle moltissime voci che si alterneranno sul palco: progettisti, designer, urbanisti, paesaggisti. Tra i più famosi c’è l’architetto-attivista statunitense Andrew Berman, in prima linea nella conservazione dei quartieri newyorkesi.

Architetto, lei era già stato a Mantova: quale valore aggiunto può dare uno dei centri iconici del Rinascimento italiano al dibattito sull’architettura?

"Risponderò alla domanda descrivendo il mio approccio alla progettazione della mostra di alcuni miei lavori. Sono partito dall’idea che la mostra fosse un’opportunità per ripresentare la Casa del Mantegna apportando piccole modifiche ponderate, per migliorare l’esperienza di questo bellissimo edificio. Ho pensato che esso potesse sentirsi più vivo, più “casa“. Ho pensato ad alcuni semplici cambiamenti, come l’installazione di panchine progettate su misura nel cortile centrale, per invitare i visitatori a sedersi, a fare una pausa, a prendersi il tempo per guardare l’architettura, la bella luce del giorno, a notare il cielo. Abbiamo rimosso le tende alle finestre per vivere le stanze con la luce naturale e ridurre il bagliore dall’alto, in modo che i visitatori possano vedere i soffitti in legno che abbelliscono ogni stanza. Sono piccole cose, fatte per rendere l’architettura originale più accessibile e bella. Più sé stessa".

E quale richiamo esercitano Mantova e l’Italia su un professionista d’Oltreoceano?

"A Mantova vedo una bellezza fisica che è del luogo in cui si trova. E vedo la ricchezza di spazi pubblici di cui i cittadini possono godere: le strade, le piazze, le ricche aree all’interno e intorno agli edifici civili e religiosi, i parchi e il litorale, i caffè. Questa bellezza e questo senso di spazio civico condiviso è qualcosa che vorrei infondere nel mio lavoro, ovunque esso sia".

L’edizione 2024 è dedicata all’arte del fare. Lei, che opera in una realtà internazionale come New York, si definisce un “local“. Quindi apprezzerà questa scelta, no?

"L’artigianato è fondamentale per l’architettura. Per me suggerisce di imparare da chi ha esperienza, di imparare dai materiali e dagli strumenti. Implica la conoscenza della storia, il rispetto del tempo, del lavoro e la valorizzazione delle risorse".

Il collegamento dell’arte del fare con il design è evidente, forse un po’ meno con la progettazione e l’urbanistica...

"Gli architetti progettano e un gruppo di persone costruisce i nostri lavori. Per progettare bene e con un significato, dobbiamo comprendere il processo di realizzazione. Trovo che quanto più il nostro processo di progettazione si avvicina alla realizzazione, attraverso disegni e modelli, tanto più saremo in grado di pensare alla realizzazione dell’edificio".

Lei ha firmato una delle cappelle del padiglione della Città del Vaticano alla Biennale di Venezia. Ha altri progetti nel nostro Paese? Nota differenze nel lavorare in Italia?

"Ho partecipato con alcuni professori e studenti mantovani a un concorso per la re-immaginazione del campo di internamento di Fossoli, poi a un paio di progetti a San Benedetto Po. Tutte esperienze meravigliose. Naturalmente ci sono molte differenze culturali ed economiche tra New York e l’Italia, ma parlando con colleghi architetti in Italia, credo che siamo concentrati su molte delle stesse preoccupazioni, abbiamo un senso di appartenenza comune, e condividiamo molte delle stesse frustrazioni che da sempre affliggono gli architetti".

A Mantova quest’anno c’è un grande assente, il suo ideatore Federico Bucci (scomparso in un incidente stradale l’estate scorsa). Come pensa si possa onorare la sua eredità?

"Sono molto grato a Federico Bucci. È stato lui a invitarmi per la prima volta qui nel 2018, dopo la Biennale di Venezia. Mi ha poi invitato a essere visiting professor per i tre anni successivi. Ho sempre visto Federico sostenere e sfidare i suoi studenti e docenti con l’energia sfacciata di un competitivo allenatore di successo. Lo faceva perché vedeva il potenziale di ognuno e perché credeva che l’architettura, la buona architettura, fosse necessaria per le nostre città e le nostre culture".