Lo scrittore Andrea Vitali e lo zio Domenico deportato in Germania: «La sua terra, i nazisti, il lager. Una vita da romanzo»

Bellano (Lecco), martedì l’autore ritirerà la Medaglia d’onore alla memoria. «Ho conservato lettere dal fronte e dalla Sassonia. In suo onore ho chiamato mio figlio come lui: Domenico»

Lo scrittore Andrea Vitali e lo zio Domenico in uniforme
Lo scrittore Andrea Vitali e lo zio Domenico in uniforme

Lecco, 25 gennaio 2024 – “Era un omone grande e grosso, molto gioviale. Suscitava simpatia. Era estremamente attaccato alla terra e alla natura. Potrebbe essere il personaggio di un racconto. Non di un romanzo giallo, però: di una fiaba. Mio zio è una figura quasi mitologica”.

Nel piccolo mondo antico di Tecla, Desolina, Austera e Filzina, la stessa Bellano del maresciallo Maccadò, il medico scrittore Andrea Vitali immagina una nuova figura al confine tra storia e fantasia: lo zio Domenico, morto nel 1972 all’età di 63 anni, sfibrato da un tumore dopo una vita avventurosa, l’odissea della Seconda guerra mondiale e la deportazione in un campo di concentramento in Sassonia.

Di zio Domenico, Andrea VItali custodisce come un tesoro tutte le lettere e le cartoline spedite prima dal fronte e poi dal lager: "Chiedeva sempre degli animali della stalla, della sua vigna, dei terreni. Una volta ha domandato se un ciliegio fosse già in fiore. Rileggere quegli scritti mi suscita profonda tenerezza”.

Andrea era un adolescente quando zio Domenico è mancato. “Gli ero molto legato, provavo grande affetto per lui e anche ora continuo a coltivare il suo ricordo e pure un po’ di fantasia – confida –. In suo onore ho chiamato mio figlio come lui: Domenico. Quando lo annunciai in famiglia, ci fu molta commozione, anche perché lo zio era stato il testimone di nozze di mio papà. Sembra un nome magari poco moderno, tuttavia si addice perfettamente a mio figlio”.

In virtù di quel legame profondo con lo zio Domenico, sarà proprio Andrea, martedì prossimo, a ritirare la Medaglia d’onore alla memoria dello zio, il riconoscimento riservato ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti.

È stato Andrea Vitali, del resto, ad avviare le pratiche per chiedere il riconoscimento postumo. Lo zio Domenico, classe 1909, natali il 5 aprile, muratore e contadino, venne arruolato il 27 aprile 1929 nel Primo reggimento granatieri. La sua matricola era la numero 12687. Era un bravo soldato: in pochi mesi venne promosso caporale e poi caporal maggiore.

Terminato il servizio di leva obbligatorio, nel 1930 fu congedato: sperava di aver chiuso con le armi, le marce, il militare, ma il 15 giugno 1940 arrivò di nuovo la cartolina di precetto per la mobilitazione generale per il secondo conflitto mondiale. Con i gradi di sergente venne spedito sul fronte dei Balcani dal 20 maggio del ‘42 al 7 settembre 1943.

Dopo l’armistizio, il 14 settembre, venne catturato dai tedeschi a Reggio Emilia mentre stava cercando di tornare a casa in licenza. La scelta di non unirsi ai nazifascisti gli costò la prigionia e l’internamento nello Stammlager XX B di Marienburg, con un’altra matricola, il numero 55891 tatuato sul braccio.

Da lì lo liberarono nel gennaio del 1945 i soldati dell’Armata rossa, ma venne rimpatriato e riuscì a tornare a casa, sul suo lago di Como e nella sua Bellano, solo il 16 ottobre.

A ricostruire le vicende belliche e la storia di prigionia e di libertà di Domenico è stato Augusto Giuseppe Amanti. Beppe, come lo chiamano tutti, 75 anni, è un direttore di banca in pensione. Dal 2010 si è “trasformato“ nell’investigatore della memoria dei 402 deportati della Valsassina. Anche Beppe, come Domenico, potrebbe diventare un protagonista dei romanzi di Vitali. Forse, un giorno, al confine tra storia e fantasia.