Milano, 8 agosto 2021 - Il vertice di Trieste sul digitale ha decretato l’urgenza di un’accelerazione e di un potenziamento della rivoluzione tecnologica, lasciandoci anche due eredità. Anzitutto la necessità di prendere coscienza della vulnerabilità dei nostri sistemi informatici. Siamo in balia di hacker, sabotaggi ed errori umani. La cybersecurity è un tema non più rinviabile. La rivoluzione digitale - e siamo al secondo punto - ci offre anche innumerevoli opportunità: migliore qualità della vita, nuove modalità di lavoro, più sostenibilità - sia economica che ambientale - e, infine, maggiore inclusione. Proprio su quest’ultimo fronte si aprono prospettive per i giovani che non lavorano e non studiano.

Le nuove professioni digitali in alcuni casi sono perfettamente adatte a ragazzi con bassa scolarizzazione o storie personali difficili e di svantaggio. Vale la pena citare un’esperienza felice, nata da un’intuizione di Andrea Rangone, presidente di Digital360, che insieme a Caritas Ambrosiana e Fondazione San Carlo ha lanciato un programma rivolto a ragazzi dai 18 ai 25 anni in tema di formazione sull’industria 4.0. L’iniziativa prevede tirocini in aziende manifatturiere avanzate della Lombardia e corsi teorici e pratici per un totale di 700 ore, con professori universitari, professionisti e manager d’impresa in veste di docenti. Con concrete possibilità di assunzione alla fine del percorso. Il valore aggiunto, però, in questo caso non si ferma al posto di lavoro. Quest’iniziativa offre una chance in più a ragazzi che, segnalati da una rete di comunità d’ascolto, vengono da realtà difficili e da vite caratterizzate da disagio e emarginazione. Giovani a cui il digitale può garantire un’opportunità di crescita e di riscatto.

Questo è dunque un esempio virtuoso e concreto di inclusione. Il lavoro non è solo appannaggio dei laureati e degli specializzati in materie informatiche; qui ci sono spazi nuovi, aperti a tutti. Combattere l’emarginazione giovanile in questo modo ha una doppia valenza: aiutare un ragazzo a inserirsi nel mondo del lavoro e, insieme, attivare un circuito virtuoso nella società. Non a caso il progetto parte da esperienze di solidarietà concreta: i pc sono stati messi a disposizione da un’associazione no profit creata da quattro liceali milanesi. Importante che tutto questo sia nato adesso, nel momento in cui ai giovani è toccato pagare il prezzo più alto della crisi generata dalla pandemia. Ancora una volta la spinta all’innovazione scatta da un’iniziativa di carattere privato. Una delle molte che sono state lanciate in tutt’Italia con la prospettiva di diventare un modello da imitare. Al settore pubblico il compito di trarre ispirazione da progetti come questi per dare concretezza alla rivoluzione digitale che l’Europa ci chiede e che non può che abbracciare tutti gli aspetti della quotidianità. A cominciare dalla creazione di un mercato del lavoro realmente inclusivo.