Una fiera del lavoro negli Stati Uniti
Una fiera del lavoro negli Stati Uniti

“La grande dimissione”: è stata definita così la fase storica che stanno attraversando gli Stati Uniti e che potrebbe arrivare anche in Italia. Il dato è senza precedenti: il 40% dei lavoratori americani, secondo una ricerca di WorkHuman, poi confermata dal Dipartimento del Lavoro USA, sta pianificando le dimissioni entro l’anno. Complici pandemia, ammortizzatori sociali, scoperta dello smart working e una possibile riorganizzazione (e prioritizzazione) valoriale di persone e famiglie, sempre più lavoratori stanno decidendo di cambiare vita. Una fetta di questa popolazione dimissionaria cambierà settore, altri cambieranno completamente lavoro, altri ancora pianificano di vivere in “sussistenza”.

Nei primi due casi il dato non deve allarmarci: il miglior modo per fare carriera è, spesso, dare le dimissioni. Il job hopping è una pratica consolidata in molti contesti sociali ed è ciò che permette a tanti giovani professionisti di poter incrementare il proprio stipendio e migliorare la propria posizione. Inoltre, le dimissioni rappresentano un segnale fortissimo per le aziende, che possono mettere in atto processi migliorativi delle condizioni dei lavoratori. Il 30% dei lavoratori “in procinto di dimissioni”, secondo la ricerca lamenta una costante mancanza di flessibilità da parte delle aziende. Aver scoperto che è possibile risparmiare 2 ore al giorno di trasporti grazie allo smart working, ha smosso molte coscienze.

Due ore al giorno, vuol dire dieci ore in una settimana: come se la nostra settimana potesse durare un giorno in più, e non è poco. Il tempo sta diventando l’asset più prezioso di lavoratori e aziende e questa tendenza è destinata a rivoluzionare molti elementi della società: l’urbanistica, il turismo, i consumi, le infrastrutture. In un’epoca in cui è possibile svolgere molti lavori dalla propria abitazione (o da un camper su una spiaggia), la classe dirigente sarà chiamata a valutare i lavoratori, finalmente, non solo sulla presenza in ufficio e il cartellino timbrato, ma anche sulla performance, quando misurabile.

C’è però una terza motivazione che sembra spingere alcune di queste dimissioni, ed è quella su cui dobbiamo esprimere maggiore preoccupazione, soprattutto nel contesto italiano. I sistemi di tutela NASPI, reddito di cittadinanza, se rapportati ai bassi stipendi (spesso dovuti all’alto cuneo fiscale), possono avere effetti distorsivi e incentivare persino il lavoratore al licenziamento volontario. Una discussione dovrebbe aprirsi qualora questo fenomeno dovesse impattare gli apparati produttivi e, di conseguenza, l’introito fiscale dello Stato, con rischi per tutti, soprattutto per chi si troverà disoccupato.

Osservando gli elementi positivi e trasformativi di questa rivoluzione potremmo quindi essere ottimisti. Che una persona voglia cambiare lavoro, o magari smettere di lavorare per un po’, non deve allarmarci ma rasserenarci: ogni scelta individuale, se responsabile, dovrebbe essere accettata e affrontata, eventualmente adattando processi, sistemi, economie. Anche pensando, per una volta, fuori dagli schemi.