Tutto esaurito per i segreti della musica. Pietro Morello: "Il pianoforte è il mio psicologo..."

Youtuber e operatore umanitario: 3,7 milioni di follower e il Teatro Repower sold out

Pietro Morello

Pietro Morello

Assago, 9 gennaio 2024 –  Un mondo coi colori dell’anima. L’aspirazione di un entertainer in bilico tra canzone e teatro come Pietro Morello, youtuber con è quella di diventare un divulgatore in campo musicale, "anche se nasco come operatore umanitario e quindi, al di là dei video, dei libri e degli spettacoli, la parte più importante della mia vita rimane il lavoro coi bambini nelle missioni e negli ospedali". E proprio di questo parla lo spettacolo con cui l’influencer torinese (3 milioni e 700 mila su TikTok e 416 mila su Instagram) cala stasera sul palcoscenico di un Teatro Repower esaurito ormai già da una settimana. "L’ho intitolato ‘Non è un concerto’ perché non è un momento di ascolto passivo, ma di coinvolgimento del pubblico legato ai miei incontri da musicoterapeuta coi bambini e alle storie che mi hanno raccontato" dice. "Una bambina di nove anni, malata terminale, mi ha insegnato, ad esempio, che la felicità è una scelta. Non una conseguenza di quello che fa o che si ha. E non me lo dimentico".

Sul palco c’è un pianoforte e un set di matite colorate giganti, perché?

"Perché io soffro di acromatopsia e quindi non vedo i colori. Nello spettacolo chiedo al pubblico di colorare il mio mondo in bianco e nero con l’auto di quella musica che mi è stata tanto di sostegno nell’affrontare la difficoltà. Da qui la presenza in scena del pianoforte, mio ‘psicologo’ da tantissimo tempo in tante situazioni diverse. Averlo accanto mi tranquillizza".

I colori dove li vede?

"Nella mia testa la musica orchestrale è estremamente colorata, mentre quella solista può essere molto in bianco e nero, come gli scatti di certi grandi fotografi".

Due esempi?

"Un brano a colori è certamente ‘Disperato erotico stomp’ di Lucio Dalla, mentre uno in bianco e nero potrebbe essere il tema di ‘Schindler’s List’ composto da John Williams".

Una storia fuori dal copione ce l’ha?

"Sì. La Repubblica Democratica del Congo è un paese particolarmente complesso, scosso da tumulti in cui proprio un anno fa ho fatto le spese anch’io. Uno volta raggiunto un posto sicuro assieme ad alcuni piccoli, ho iniziato a guardarmi le spalle sullo schermo del telefono per rendermi conto dell’entità della lacerazione che avevo sulla schiena, quando José, un bimbo vittima degli incidenti pure lui, mi ha chiesto in swahili perché stessi piangendo. Gli ho risposto: perché la ferita fa male. E lui: anche la mia, giochiamo a palla? Richiesta semplice, ingenua, che spiega, però, come i bambini abbiano il grande potere di relativizzare ogni sofferenza. Pure la loro".

Il capitolo mancante dal suo primo libro “Io ho un piano”?

"La guerra. Quella che ho visto coi miei occhi in Siria, in Congo, ma anche quella che viviamo tutti i giorni sui media in altri angoli del pianeta. Quando ho scritto il volume non avevo ancora l’esperienza necessaria per affrontare l’argomento. Ora, purtroppo, sì".

Prossimo viaggio umanitario in agenda?

"Il 19 gennaio, finito il tour, torno in Kenya dai miei ‘bambini’ di Korogocho, uno slum della periferia di Nairobi".