Edoardo Costa, dal fango al film Leggende Metropolitane: “Io, come Chiara Ferragni. Siamo tutti nel mirino”

Dopo essere stato accusato (e assolto), l’attore varesino torna a recitare nel ruolo di un truffatore: “Quando si ha successo è facile finire bersagli di invidia e gelosia”

Edoardo Costa con l'attrice Elizabeth Hurley

Edoardo Costa con l'attrice Elizabeth Hurley

Si trovano ai margini della società, ai confini dell’umanità. Si nascondono negli anfratti della città, ed è proprio da lì che i protagonisti del film d’esordio di Stefano Meloncelli, dall’1 marzo su Amazon Prime Video “Leggende Metropolitane“, vogliono far sentire le loro storie. Perché alla fine sono sì "grottesche, ma che riguardano ognuno di noi", ripete Edoardo Costa, che nelle vesti di un falso miliardario cerca di truffare tre suoi amici.

L’attore di soap opera e film spiega come le cosiddette “leggende metropolitane“ non si discostino poi tanto dalla verità e come lui stesso abbia ricominciato a tracciare la sua nuova vita dopo il processo nel quale fu infine assolto per il falso in bilancio, l’interdizione dai pubblici uffici e la truffa aggravata in merito ai soldi devoluti all’associazione di beneficenza da lui fondata.

Che cos’è davvero “Leggende Metropolitane“?

"È una favola, un fumetto. È la rappresentazione della realtà vissuta da molte persone, spesso ai margini della società. Nel film vengono raccontate storie di periferia, talvolta grottesche, ma sempre autentiche e divertenti. I personaggi attraversano momenti terribili e meravigliosi allo stesso tempo".

Perché?

"Le cosiddette leggende metropolitane esistono realmente e possono coinvolgere chiunque, senza eccezioni. Ognuno di noi potrebbe trovarsi in una delle situazioni vissute dai nostri personaggi: la prostituzione, le droghe, le truffe, il perdersi per strada. Spesso non se ne parla perché, come ormai insegnano i social, preferiamo mostrare solo il lato più bello della nostra vita, ma queste sono situazioni di vita reale".

Come definirebbe dunque questo film? Perché dovremmo vederlo?

"Questo è un film che sfida le convenzioni. La scelta di narrare la vita delle persone ai margini della società è stata formidabile. Il fine di questa pellicola è simile al rap che comunica la verità senza mezzi termini. Troppo spesso si raccontano le stesse storie convenzionali con un lieto fine".

Il personaggio che interpreta è un truffatore e, ironia della sorte, lei stesso si è ritrovato coinvolto in un processo per truffa aggravata.

"Sappiamo che quando si corre e si comincia a vincere e ad avere successo, bisogna tenere ben dritte le antenne perché c’è sempre qualcuno dietro l’angolo che vuole farti lo sgambetto. A me è accaduto quello che è successo a Chiara Ferragni. E ci sono solo due parole da dire in merito: invidia e gelosia".

Può spiegarci meglio?

"L’immagine la costruisci con tanta fatica. Eppure basta il primo che, appena ha in mano la bacchetta del potere, decide delle tue sorti facendo il bello e il cattivo tempo. Siamo tutti umani e tutti commettiamo degli errori. I media non si rendono conto di quante vite vengano rovinate, perché non sempre si ha la possibilità di iniziare nuovamente da zero o le risorse economiche per affrontare le spese legali di un processo".

Qual è la cosa che le dà più fastidio nel mondo dello spettacolo?

"Quando si va a cercare il pelo nell’uovo, quando si scava nelle vite private delle persone. Quando si ingigantiscono situazioni davanti a tutti senza rispetto per il lavoro altrui. Sono azioni che non si dovrebbero augurare nemmeno al peggior nemico, anche perché è molto difficile far credere alla gente che ciò che viene detto o scritto sia falso".