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11 mar 2021

Il magistrato Giuliano Turone: "Così scoprimmo la P2"

Da Milano ad Arezzo, il blitz del marzo 1981 a casa di Licio Gelli 

andrea gianni
Cronaca
A sinistra la prima pagina del "Giorno" del 22 maggio 1981 all’indomani della rivelazione degli elenchi degli affiliati alla P2. Sotto Licio Gelli all’uscita dal Tribunale di Milano e il giudice Giuliano Turone In alto, Michele Sindona. A destra Roberto Calvi
La P2, articolo de Il Giorno

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Milano, 12 marzo 2021 - "Abbiamo detto a uomini della Guardia di finanza di provata fedeltà, gli stessi che sette anni prima arrestarono a Milano il boss di Cosa Nostra Luciano Liggio, di partire da Milano e fare le perquisizioni da soli, senza avvertire i comandi locali: già da prima di quel blitz si percepiva che la P2 era potente e bisognava agire con la massima attenzione". Il magistrato Giuliano Turone, 80 anni, torna con la memoria a quel giorno del 1981 in cui insieme al collega giudice istruttore Gherardo Colombo ordinò la perquisizione che assestò un colpo micidiale al sistema politico della prima repubblica. Il 17 marzo 1981, i militari della Guardia di finanza di Milano entrarono a Villa Wanda ad Arezzo, dimora di Licio Gelli, e nell’azienda tessile Giole di Castiglion Fibocchi, dove si trovavano i suoi uffici. Devono indagare sui misteri di Michele Sindona, ma stanno per aprire il vaso di pandora di anni di misteri italiani. Tra le carte spunta una lunga lista di nomi: non è la famosa “lista dei 500“ su cui i magistrati milanesi sperano di mettere le mani. Invece sono, si scoprirà, gli affiliati alla loggia massonica segreta P2: 962 persone, moltissime eccellenti, tra cui 208 militari e appartenenti alle forze dell’ordine, 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, ministri, imprenditori, magistrati e giornalisti. Verranno tutti accusati, e poi assolti, di cospirazione politica.
Turone, come si arrivò a quel blitz?
"Stavamo indagando su Sindona, uno dei poli della finanza del sistema di potere occulto della P2, e sul suo falso rapimento in Sicilia. Il medico che aveva organizzato il suo viaggio clandestino a Palermo, subito dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli a Milano, aveva incontrato ad Arezzo Licio Gelli. Da qui l’intuizione di perquisire le sue proprietà. Si facevano le indagini con molta cura per evitare trappole, eravamo determinati a fare le cose seriamente".
Come vi preparaste all’operazione?
"Abbiamo avuto la fortuna di avere uomini della Guardia di finanza fedeli alla Repubblica, gli stessi con cui 7 anni prima avevo indagato su Cosa Nostra, rintracciando a Milano la “Primula rossa di Corleone“ Luciano Liggio. Ci siamo riuniti e ho detto: “Dovete fare le perquisizioni solo voi, senza avvisare i comandi locali“. Abbiamo violato la prassi, perché si percepiva già che la P2 era potente e radicata nelle istituzioni. Ricordo il colonnello Vincenzo Bianchi, ma anche il maresciallo Francesco Carluccio che hanno resistito alle pressioni. Se non fosse stati così coraggiosi, avrebbe fatto finta di non vedere la lista che invece fusequestrata".
Quali di quei nomi la stupirono maggiormente?
"Era stupefacente vedere i nomi di alti gradi dei servizi segreti, generali, politici. E si percepiva altra gente sopra di loro. Non ci aspettavamo di trovare una cosa così mostruosamente grossa".
Quelle indagini a cosa sono servite?
"Il sistema ha subito un colpo, ma è come un pugile suonato che poi ha ripreso forza. Non basta una perquisizione per cambiare il Paese. Ancora oggi ci sono amici della Costituzione e nemici della legalità repubblicana, forze che frenano quando si scoprono altarini".
È possibile scavare ancora?
"Si stanno scoprendo cose nuove anche a distanza di decenni, grazie ad archivi interessantissimi. Penso, ad esempio, alla strage di Bologna".

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