Neve
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Milano, 25 novembre 2020 - Il Natale senza lo sci rischia di costare caro alla Lombardia: 700 milioni dei circa 10 miliardi di fatturato generato a livello nazionale dal turismo invernale legato alla neve - secondo le stime diffuse ieri da Confindustria e Anef (Associazione nazionale esercenti funiviari) - arrivano dalla Valtellina e dalla province di Bergamo, Brescia, Lecco, Como. Due terzi dei ricavi si concentrano in un mese, dall’8 dicembre - la festa dell’Immacolata che coincide con l’apertura della stagione sciistica - all’Epifania. Ecco perché Anef, in rappresentanza delle 400 aziende che in Italia gestiscono funivie, seggiovie e skilift, ha ribadito "la preoccupazione per la linea rigorista del Governo" e la volontà di "non arrendersi" a un Natale con le piste vuote, come dovrebbe delinearsi nel prossimo Dpcm previsto a inizio dicembre.

Ieri, la Lombardia, dopo aver condiviso con le altre cinque regioni del nord le linee guida per l’apertura degli impianti in sicurezza, ha ribadito la propria posizione anche con una mozione approvata in Consiglio regionale in serata. Un atto formale con cui ha chiesto al Governo di rivalutare la ripresa della stagione sciistica, prevedere ristori per le attività coinvolte e coordinare le decisioni a livello europeo. Sempre ieri – ha dichiarato l’assessore allo Sport, Martina Cambiaghi – quando la regione avrà raggiunto i requisiti per uscire dalla zona rossa "si potrà sciare in totale sicurezza: la tecnologia ci aiuta e ci sono software e app che possono garantire la gestione del flusso degli sciatori e dei lavoratori". Ma il protocollo anti-Covid - completato da mascherine, distanza di un metro, prenotazione online e skipass giornaliero per evitare code e limitare il numero massimo di presenze giornaliere, unito alla capienza ridotta al 50% in funivia - non ha (per ora) provocato aperture a Roma.

Se la stagione delle neve non dovesse partire, stando all’ex olimpionico Antonio Rossi, sottosegretario lombardo ai Grandi Eventi Sportivi, "i danni per i comprensori sciistici lombardi sarebbero di 76 milioni" all’interno di un sistema alimentato in gran parte sull’impiego di lavoratori stagionali.
In Lombardia lo sci è un’industria che vale fino al 50% dell’economia montana: 22 comprensori, 27 stazioni sciistiche per 900 chilometri di piste che si snodano su una quarantina di Comuni delle province di Sondrio, Brescia, Bergamo, Lecco e Como. Gli impianti di risalita sono 310, gestiti da 44 società che fatturano direttamente 100 milioni e impiegano 1.200 addetti. Le scuole sci sono 68, con oltre 2mila maestri: 1.570 per la discesa, 280 per lo snowboard 280 e 150 per il fondo. La neve alimenta anche attività collatarali: poco più di 3mila imprese ricettive, della ristorazione e del commercio al dettaglio che impiegano 11mila addetti. Un giro d’affari che nei Comuni lombardi sede di scuole sci e di impianti di risalita supera i 267 milioni: i ricavi delle vendite delle imprese del commercio al dettaglio arrivano complessivamente a oltre 161 milioni; l’alloggio ne conta 79 milioni e la ristorazione più di 26. L’indotto più alto è in Valtellina: per la provincia di Sondrio lo sci genera indirettamente 217 milioni grazie soprattutto al contributo di Livigno. Nel Piccolo Tibet sono 583 le imprese tra negozi, alloggi e ristoranti che fanno affari con la neve, circa il 20% del totale regionale. Nel Bresciano (27 milioni il giro d’affari) il primo comune montano legato al business della neve è Ponte di Legno con 118 imprese. Più contenuto l’impatto dello sci in provincia di Bergamo: qui il circo bianco muove poco più di 9 milioni.