ANDREA GIANNI
Cronaca

Lo strazio di Mahtab, 10 anni fa . La coppia del trolley è già libera. In Iran la zia vittima del regime

La 29enne fu strangolata in casa, chiusa in una valigia e gettata nella laguna di Venezia. La giovane condannata per l’omicidio ha trovato lavoro in Italia, l’ex fidanzato è tornato in India.

La zia della vittima, la regista e attivista iraniana Mojgan Ilanlou, è stata arrestata, condannata a nove anni e nove mesi di reclusione e infine rilasciata su cauzione per aver sfidato il regime, tra i leader dei movimenti per i diritti delle donne. La 40enne condannata per l’omicidio a Milano della studentessa iraniana Mahtab Ahadsavoji è da poco tornata in libertà dopo aver scontato la pena nel carcere di Bollate, ha trovato un lavoro ed è rimasta in Italia. La sua strada si è separata definitivamente da quella del compagno dell’epoca, condannato solo per l’occultamento del cadavere, che da anni è tornato in India e si è ricostruito una vita nel suo Paese d’origine. Storie e destini che si incrociano a dieci anni dal delitto avvenuto alle prime ore del mattino del 27 gennaio 2014, nell’appartamento in via Pericle 5 che la 29enne Mahtab, arrivata in Italia per studiare all’Accademia di Brera, condivideva con i fidanzati indiani e altri stranieri.

Fu strangolata nella camera da letto con una collana d’oro. Il cadavere fu chiuso in una valigia, gettata nella laguna di Venezia e rinvenuta il giorno successivo. Un giallo risolto dalle indagini lampo della Squadra mobile, che portarono all’arresto dei coinquilini, i fidanzati indiani Gagandeep Kaur e Rajeshewar Singh. Inizialmente furono accusati entrambi di omicidio e occultamento di cadavere. Ma le sentenze hanno scritto una storia diversa. Nel 2015, al termine processo di primo grado con rito abbreviato, il gup di Milano Simone Luerti condannò la donna a 17 anni di reclusione per l’omicidio assolvendo invece Singh, ritenuto responsabile solo per l’occultamento del cadavere. La donna, secondo il giudice, "aveva un movente forte", cioè la gelosia, mentre l’uomo "non possiede nessun movente". E le analisi medico-legali hanno dimostrato che può "aver agito anche una persona sola" in un arco di tempo "di pochissimi minuti solo uno dei quali cruciale per aggredire e vincere la prima e ultima flebile, istintiva, resistenza della vittima".

L’uomo non si sarebbe accorto di nulla, perché stava dormendo, mentre il punto certo è che "l’occultamento di cadavere è stato posto in essere da entrambi gli imputati", che dopo l’arresto avevano fornito versioni discordanti. "Ci siamo trovati di fronte a un giudice che non si è fermato di fronte alle apparenze – ricorda l’avvocato Manuel Sarno, all’epoca difensore di Singh – e ha approfondito la prova scientifica più tradizionale, cioè la medicina legale, accogliendo la nostra tesi". Poi il colpo di scena. Kaur ammise di aver fatto tutto da sola e, grazie anche a una confessione definita dai giudici "autentica" e "ampia", ottenne un consistente sconto di pena nel processo d’appello: 10 anni di reclusione. Condanna ridotta a 8 mesi di carcere, con la sospensione condizionale, anche per il fidanzato coetaneo accusato solo di occultamento del cadavere. Si è chiusa così la vicenda giudiziaria, perché entrambi hanno rinunciato alla Cassazione, accettando il verdetto. E, da allora, le loro strade si sono divise.

Singh, nel frattempo espulso dall’Italia, si è ricostruito una vita in India e non è più tornato a Milano. Kaur, invece, ha trascorso gli ultimi anni nel carcere di Bollate. Di recente ha finito di scontare la sua pena, ed è tornata in libertà. "Grazie anche alle attività lavorative svolte in carcere – spiega il suo difensore, l’avvocato Nunzia Milite – ora ha un impiego stabile e una vita autonoma. Ha deciso di rimanere in Italia e di lasciarsi alle spalle il passato, nel suo caso il carcere ha svolto un’attività positiva di reinserimento sociale. La vicenda giudiziaria è chiusa, ma nonostante questo restano dubbi su come siano andate realmente le cose quella notte". Una vicenda che si è intersecata anche con le lotte per i diritti delle donne che stanno scuotendo la società iraniana. La zia di Mahtab, la regista Mojgan Ilanlou, che era molto legata alla 29enne e all’epoca volò in Italia per il riconoscimento del cadavere e si spese per riportare il feretro nel Paese d’origine, sta pagando a caro prezzo il suo impegno con il movimento Woman Life Freedom, nato sul caso Mahsa Amini, la donna arrestata a causa della violazione della legge sull’obbligo del velo e morta nel 2022.

Mojgan (una sua intervista verrà mandata in onda a maggio in una puntata della nuova serie del programma Rai Detectives, dedicata al delitto milanese del 2014) ha conosciuto infatti il carcere in una delle retate contro attivisti e intellettuali iraniani e porta sulle spalle il peso di una pesantissima condanna. Un impegno anche in memoria della nipote, che ha trovato la morte nella città dove si era trasferita per studiare, coltivare i suoi talenti e conoscere nuovi orizzonti lontano dall’oppressione.