ROBERTO CANALI
Cronaca

Infermieri, carenza di organico in Lombardia: “Noi, in Sudamerica per il reclutamento. Sfida alla Svizzera”

L’alleanza tra Varese e le facoltà d’Oltreoceano: “Reddito e incentivi: va fermato l’esodo dall’Italia”

Un'infermiera

Un'infermiera

Nei mesi più neri del Covid li abbiamo chiamati angeli e ci siamo commossi di fronte alle fotografie che li ritraevano sfiniti, fianco a fianco dei nostri cari letteralmente fino all’ultimo respiro. È lì che abbiamo compreso che quello dell’infermiere non è un semplice lavoro, ma una missione, ancora non considerata in modo adeguato in un Paese in cui indossare un camice bianco in Pronto Soccorso non basta per difendersi dagli insulti se non dalle aggressioni. Eppure tanti ragazzi continuano a credere nella professione, nei giorni scorsi all’Università dell’Insubria se ne sono laureati un centinaio. "Erano ancora di più, 110 per l’esattezza – sorride il professor Giulio Carcano, direttore del Dipartimento di Medicina e Innovazione Tecnologica dell’ateneo –. Una grande soddisfazione fornire il nostro contributo attraverso questi ragazzi al Servizio sanitario nazionale che come si sà ha una carenza di organico nel nostro settore. Il nostro ateneo è stato inserito dal Censis tra i primi dieci per la qualità della didattica nelle professioni sanitarie".

Dove si svolge la formazione?

"Nelle sedi di Como e Varese e negli ultimi tre anni anche a Busto Arsizio, nella sede che era stata nostra poi è passata a Unimi e adesso è tornata nuovamente all’Insubria. In questo modo riusciamo a formare una cinquantina di studenti in più".

Oltre a formare studenti in Italia siete al lavoro anche per creare esperienze di formazione e scambi con le università del Sud America. Come ha detto Bertolaso ci dovremo abituare a infermieri dal Sud del mondo nelle corsie dei nostri ospedali?

"Il nostro interesse è dal punto di vista accademico. L’università dell’Insubria ha stipulato con tre atenei del Paraguay e del Perù per favorire lo scambio di studenti, sul modello dell’Erasmus. Non è stato semplice armonizzare i due percorsi di studi perché alcuni di questi corsi di laurea durano cinque anni, mentre da noi sono sviluppati in tre, per questo abbiamo puntato su un’esperienza di tirocinio professionale per offrire ai ragazzi la possibilità di confrontarsi con le diversità dei nostri sistemi sanitari, anche dal punto di vista normativo".

La speranza è che poi alcuni di questi ragazzi si fermino in Lombardia, magari per prendere il posto dei nostri che dopo la laurea scelgono di andare a lavorare all’estero, ad esempio nella vicina Svizzera?

"Il nostro compito è cercare di formarli nel modo migliore, attraverso un percorso di studi che poi prosegue anche dopo la laurea con i corsi di aggiornamento. Se vogliamo è un modo per tenerli legati a noi. La remunerazione è un incentivo importante, ma non può essere l’unico, esiste anche la qualità dell’ambiente di lavoro. In provincia di Varese siamo fortunati, abbiamo dei buoni ospedali, ma non si può nascondere che ci sono delle specializzazioni, ad esempio l’Emergenza-Urgenza, in cui oggi si fa fatica a reperire personale".

Come si risolve questo problema?

"Migliorando le condizioni di vita e di lavoro, ad esempio nel caso delle nostre province di confine cercando di avvicinare gli stipendi con la remunerazione Svizzera. Ci sono dei provvedimenti nella Finanziaria e in passato si è parlato anche di zone economiche speciali, ma soprattutto occorre lavorare sulla motivazione di chi si avvicina a questa professione. Occorre avere una forte volontà per scegliere di diventare infermieri, dopo il Covid abbiamo avuto un’impennata di iscrizioni sulla scia dell’emozione, adesso sono un po’ calate. Chi sceglie di fare l’infermiere, proprio come il medico, non finisce mai di studiare ed è responsabile con il lavoro della salute e in certi casi la vita del paziente. Per questo occorre passione".