Delitto Desirée Piovanelli, massacrata a 14 anni: presto libero anche l’unico adulto del branco

Giovanni Erra, 36enne all’epoca dei fatti, si trova in comunità affidati ai servizi sociali e nel 2025 dovrebbe tornare in libertà. A oltre ventanni dai fatti, si dichiara ancora innocente

Desirée Piovanelli
Desirée Piovanelli

Leno (Brescia) - Era l’unico adulto del gruppo che il 28 settembre 2002 massacrò a coltellate la quattordicenne di Leno Desirée Piovanelli. Condannato in via definitiva a 30 anni, in carcere dall’ottobre 2002, Giovanni Erra ha quasi finito di scontare la pena: in virtù degli sconti di legge per buona condotta, nel 2025 dovrebbe tornare in libertà. Ha lasciato Bollate ed è in comunità, affidato ai servizi sociali.

All’epoca trentaseienne, padre di un bimbo, l’operaio fu accusato di concorso nel delitto compiuto dal ‘branco’ dei coetanei della vittima, Nicola, Nico e Mattia, che da tempo hanno finito di saldare i propri debiti con la giustizia. Da tempo Erra si dice innocente, sostenendo che la verità giudiziaria sia da riscrivere. Per preparare un’istanza di revisione (che però non è stata depositata), aveva anche incaricato gli avvocati Giovanni Cozza e Nicodemo Gentile. Studentessa di liceo, Desirée fu attirata dagli amici in quel luogo appartato, a duecento metri dalle abitazioni di tutti i protagonisti della tragica vicenda, con la scusa di mostrarle una cucciolata di gattini. Da quella cascina la ragazza non uscì viva. Il ‘branco’ la punì per essersi ribellata a un tentativo di violenza sessuale, fu la ricostruzione dei giudici, che inflissero a due sedicenni 18 e 15 anni e a un quattordicenne dieci anni.

Erra si vociferava che per la vittima, conosciuta quando lei aveva fatto da baby sitter al figlioletto, avesse un debole. Stando ai suoi legali però le sue ammissioni di responsabilità iniziali, poi ritrattate, non corrispondono al vero. Inoltre Erra al momento del delitto a loro dire si trovava a casa propria. Si recò laggiù per ragioni che nulla c'entravano con l’omicidio, e scoprì il cadavere, ma nulla altro. Condannato in primo grado all’ergastolo, a 20 anni in appello e poi a 30 anni in un appello bis - dopo un annullamento con rinvio della Cassazione - l’operaio fu ritenuto tuttavia colpevole. ‘In qualità di adulto ha contribuito notevolmente a rafforzare il proposito delittuoso dei tre minori - scrissero i giudici della Corte di Milano davanti ai quali si celebrò il secondo processo di secondo grado - i quali senza il suo conforto verosimilmente non avrebbero coltivato quel proposito’.