Stefano, Fabio e Andrea Albini
Stefano, Fabio e Andrea Albini

Albino (Bergamo), 11 febbraio 2019 - Quando hai 143 anni di vita, la storia di un singolo anno rischia di risultare meno nitida nella memoria. Il 2018, invece, verrà ricordato bene in Cotonificio Albini, azienda nata nel 1876 che produce tessuto per camicie con 1.400 dipendenti e 7 stabilimenti e può vantare il controllo diretto di tutta la filiera: dal campo di cotone al prodotto finale. Per prima cosa il 2018 resterà nella memoria per un evento tragico: il 22 gennaio il presidente dell’azienda Silvio Albini muore per un improvviso malore. «Un evento sconvolgente – racconta il fratello Stefano, adesso presidente della società – Silvio, del resto, ha aperto questa società al mondo portandoci dai 20 milioni di fatturato negli anni ’80 fino al record dei 170 milioni». La reazione, però, sotto il piano dei risultati e delle strategie volute proprio da Silvio Albini è stata vigorosa: il gruppo, adesso guidato dalla quinta generazione della famiglia con Fabio, Andrea e Stefano Albini, ha chiuso il 2018 con il miglior esercizio degli ultimi tre anni e un fatturato di 153 milioni, in crescita del 3% rispetto al 2017, con un consistente miglioramento dei margini rispetto agli ultimi 2 anni.

Vale la pena, però, ricordare la lunghissima storia della società nata in una storica culla del tessile come la Val Seriana a tutto il mondo. Nel 1876 Zaffiro Borgomanero a Desenzano sul Serio, nel comune di Albino, fonda la “Z. Borgomanero & C.”. Nel 1890 in fabbrica ci sono già 107 telai con 90 operai. Borgomanero, però, non ha figli e lascia l’azienda al nipote Giovanni Albini. La prima grande prova per l’impresa arriva con la crisi del ’29. L’azienda grazie all’introduzione dei telai semi-automatici e della tintoria filati ne esce indenne. Dal 1981 entra in azienda la quinta generazione con Silvio Albini. Da amministratore delegato Silvio Albini, scomparso un anno fa per un malore, accompagna l’impresa nel suo sviluppo fino al 70% di quota export partendo dal 10-15% dei primi anni ’80. 

Nel 1992 il Gruppo Albini acquisisce due storici marchi inglesi: Thomas Mason e David & John Anderson. Questa operazione accresce il respiro internazionale e garantisce un archivio storico costituito da oltre 700 volumi di campioni di tessuto. Si allarga così anche la geografia delle produzioni Albini. Nel 1996 Albini acquisisce gli impianti di finissaggio di Brebbia, in provincia di Varese. E arrivano anche gli stabilimenti della Manifattura di Albiate, la tessitura di Dietfurt R.r.o. in Repubblica Ceca, e il sito di Mottola, in provincia di Taranto. Il Gruppo Albini realizza anche un nuovo polo logistico a Gandino, in cui vengono stoccati i filati e i tessuti. Nel 2009 diventa invece operativa la tessitura Méditerranean Textile in Egitto, a cui seguono l’inaugurazione della nuova tintoria filati Delta Dyeing e l’avvio di un innovativo progetto di coltivazione diretta in Egitto di cotone Giza 87 e Giza 45.

Negli ultimi mesi l’impresa ha ridefinito le funzioni del management aziendale e ha varato un nuovo piano industriale con l’obiettivo di crescere ogni anno del 5% fino al 2021. Ed è pronto a investire 30 milioni nei prossimi 3 anni in impianti industriali e attività di ricerca e innovazione. «Metà saranno dedicati al miglioramento dei macchinari con un avanzamento tecnologico che ci permetterà di utilizzare meglio la marea di dati che abbiamo a disposizione – continua Stefano Albini – Parliamo di industria 4.0, ma nel nostro ambito è qualcosa di innovativo. L’altra metà di queste risorse verranno investite in ricerca e sviluppo di nuove soluzioni. Porteremo giovani al nostro interno per innovare i prodotti». Per consolidare il trend di crescita sono inoltre previsti nuovi inserimenti a livello di management nelle aree strategiche dell’azienda. «Nel 2018 sono arrivate ottime performance da Albini Donna, Thomas Mason Bespoke per il mondo sartoriale, e Albiate 1830 per il mercato dello streetwear», racconta Stefano Albini. E l’azienda riparte dai capisaldi del pensiero di Silvio Albini. Non pensare solo al prodotto, ma anche al brand. In poche parole: far sì che il marchio Albini venga richiesto dalle aziende come sinonimo di qualità. Ed è quello che accade se ogni anno vengono commercializzate un milione di camicie con l’etichetta Cotonificio Albini. E le varianti di tessuto raggiungono quota 20mila.

Lo scenario di fondo, poi, non è quello della vendita di prodotti ma quello della partnership tra aziende: «Abbiamo una strettissima collaborazione con i centri stile dei nostri clienti – spiega Stefano Albini – In generale, siamo veri e propri partner». E tutto ciò incide anche sulla sostenibilità ambientale. O meglio, sulla trasparenza: «Non c’è una senza l’altra», precisa Stefano Albini. Ma c’è anche un’altra scelta che, con il senno di poi, viene confermata: «Non ci siamo fatti abbindolare dal richiamo di Cina e India quando tutti, anche nostri concorrenti, spostavano là le produzioni. E questa scelta ha pagato». Insomma, sguardo al mondo ma cuore bergamasco. Del resto, l’export rappresenta il 70% del fatturato e si punta a crescere in Asia. Passato l’entusiasmo dei primi anni Duemila il mercato adesso è stabile. «Vogliamo spingere un po’ di più in Cina e in Giappone», spiega Stefano Albini.