Il presunto boss è morto, per lui i reati si sono estinti. Gli altri imputati invece hanno ottenuto piccoli sconti di pena, ma il teorema accusatorio ha retto: l’ndrangheta c’è, ed è stata riconosciuta pure in secondo grado. Si parla dell’inchiesta sulla guerra intercettata dal pm della Dda Claudia Moregola tra Brescia e Bergamo nel settore ortofrutta, dove gruppi legati ai clan, in alcuni casi assoldati da imprenditori, hanno combattuto con estorsioni e minacce reciproche, ma anche incendi. Come quello del 6 dicembre 2015, 14 camion della Ppb servizi & trasporti di Seriate bruciati, da cui originò l’inchiesta. Ieri si è concluso il processo d’appello per Carmelo Caminiti, il 60enne calabrese ritenuto il promotore dell’associazione che compiva estorsioni "mediante la forza intimidatrice della sua appartenenza alla ’ndrangheta". In primo grado condannato a 12 anni, nei mesi scorsi è deceduto ed è stato prosciolto. Alla moglie Anna Maria Franco sono stati inflitti 5,7 anni (anziché 7), al figlio della coppia, Michele, 5 anni (anziché 7,4). Confermati invece i 10 anni per l’altro presunto regista Paolo Malara, 7, 8 anni per Carmelo Caminiti junior , 6,8 per Francesco Pizzimenti, 7,4 per Maurizio Scicchitani, 2,10 per Antonio Pizzi, 2,8 per Antonio Rago e Antonio Settembrini (questi anche parte offesa: la Corte ha confermato il risarcimento da Giovanni Condò, condannato a 4,2). B.Ras.