Milano, 9 gennaio 2018 - Roberto Maroni ha confermato ieri che non si ricandiderà alla presidenza della Regione. Una rinuncia dovuta a «valutazioni personali» per le quali il governatore chiede «rispetto». «Una decisione – quella di non tentare la via del secondo mandato a Palazzo Lombardia – presa in piena autonomia e condivisa tempo fa con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi».

Parole proferite in una sala stampa affollata come mai negli ultimi anni. Anni dei quali Maroni rivendica «10 grandi riforme» tra le quali quella dell’Aler, la riduzione del bollo auto, la legge contro le ludopatie e gli interventi sull’Irap. Piaccia o no, non gli è certo riuscita quella che cinque anni fa era stata la sua più grande promessa elettorale: il mantenimento entro i confini lombardi del 75% di tasse. Il presidente dedica, però, parole particolari alla battaglia autonomista: «Il referendum è stato un successo storico, se riusciremo a ottenere l’autonomia entro la fine della legislatura, possiamo concludere in bellezza, dando una prospettiva straordinaria alla Lombardia. È una sfida che voglio vincere, una sfida epocale». Proprio oggi il governatore avrà un nuovo incontro con Gianclaudio Bressa, sottosegretario ad Affari Regionali e Autonomie, a Roma. A proposito: le motivazioni personali hanno sicuramente pesato nella rinuncia di Maroni. Ma almeno altrettanto sembrano aver potuto le rinnovate ambizioni romane rese ora possibili da un centrodestra dato in netta ripresa.

Sul primo fronte, chi in questi giorni ha raccolto le confessioni di Maroni, racconta di un governatore bisognoso di nuovi stimoli, un governatore in debito di entusiasmo anche perché convinto di aver «fatto!», giusto per prendere in prestito quello che sarebbe stato lo slogan della sua campagna elettorale. A far trasparire le ambizioni romane di Maroni sono, però, le sue stesse parole. Tra gli assessori c’è chi non nasconde di esser rimasto stupito dal doppio registro usato da Maroni per motivare la sua scelta. Nella riunione di Giunta il governatore ha fatto riferimento esclusivo a motivazioni personali e a scelte di vita. Ma in sala stampa anche tra i suoi assessori ha avuto l’impressione che il suo discorso sia stato molto politico. Meglio ascoltarlo, allora. «Con la politica ho una lunga storia d’amore, fatta di passione, di sfide, di successi e come tutte le vere storie d’amore che non finiscono mai, rimane» premette Maroni. Che poi si fa ancora più esplicito: «Non ho pretese o richieste da fare alla politica ma sono naturalmente a disposizione se dovesse servire: so come si governa, metto a disposizione la mia esperienza se sarà necessario. Certo – sottolinea – non andrò in pensione». A domanda, fa sapere di non escludere di candidarsi alle Politiche qualora glielo chiedessero.

E sembra parlare già da leader nazionale quando attacca il Movimento 5 Stelle: «Ho solo una preoccupazione: che possa assumere responsabilità di governo uno come Luigi Di Maio. Per me Di Maio è la Raggi al cubo. Se dovesse andare lui a Palazzo Chigi c’è il rischio che l’Italia finisca come Spelacchio (l’albero di Natale ndr)». La nuova vita romana del governatore potrebbe passare da un posto in Senato che, in mancanza di meglio, più di uno, nei corridoi di Palazzo Lombardia, ritiene certo. Fine calcolatore, Maroni ambirebbe però ad un incarico di governo come ministro o come presidente del Consiglio nel caso il centrodestra abbia i numeri. L’ultimo scenario prenderebbe quota nell’ambito di un regolamento di conti tra Forza Italia e Lega. Se il 5 marzo la differenza di consensi tra i due partiti non dovesse rivelarsi decisiva per le gerarchie di coalizione, Berlusconi (impossibilitato a ricoprire cariche pubbliche fino a luglio 2018) potrebbe spingere per l’investitura di Maroni, soluzione di compromesso che metterebbe all’angolo Salvini.