Alessandro Patelli
Alessandro Patelli

Busto Arsizio (Varese), 20 settembre 2016 - Da tesoriere della Lega Nord a mediatore nella vicenda profughi. È la parabola di Alessandro Patelli, 66 anni, nel 1993 arrestato per una presunta tangente da 200 milioni di lire e oggi nuovo coordinatore del centro profughi di via dei Mille a Busto Arsizio, settimana scorsa al centro di una protesta da parte dei 184 migranti ospitati. Allora si diede del "pirla" e si caricò sulle spalle l’intera vicenda giudiziaria, scagionando i vertici del partito, per poi piano piano sparire dalla politica, non prima di aver fatto due mandati da consigliere regionale che gli sono valsi un vitalizio da quasi 4.000 euro al mese. Ora ritorna all’improvviso sotto i riflettori, dopo la nomina a coordinatore del centro di via dei Mille.

Patelli, come si è giunti a questo nuovo incarico?

"Sabato scorso, nel corso del vertice convocato dal Comune per affrontare la questione dopo le proteste dei migranti, i delegati non riuscivano a individuare una figura adatta, così qualcuno ha tirato fuori il mio nome".

A che titolo?

"Sono due anni che, direttamente o indirettamente, sono coinvolto nel centro. L’amico Garavello (Roberto, uno dei titolari della cooperativa che gestisce la struttura in via dei Mille, ndr) mi ha chiesto di dargli una mano, mi occupavo di coordinare i lavori di manutenzione".

Quale sarà il suo compito adesso?

"Scherzare e chiacchierare coi ragazzi, instaurare un rapporto cordiale. Effettivamente la lunga attesa prima di sapere se otterranno o meno il permesso di soggiorno è un problema, bisogna gestire queste persone che vivono nell’incertezza. Non possiamo voltarci dall’altra parte, in questa nuova veste avrò modo di far uscire del tutto il mio spirito scout".

Una posizione molto diversa, la sua, rispetto a quella del partito dove lei ha militato per molti anni...

"Dire no a tutto significa non gestire nulla. Bisogna sempre portare le proprie proposte, contribuire a cambiare e migliorare le regole se non si è d’accordo, ma se ci si chiama fuori gli altri hanno carta bianca per decidere tutto. E poi bisogna sempre distinguere il discorso politico da quello umanitario, sparare alle barche nel Mediterraneo non può certo essere una soluzione".