GIULIO MOLA
Sport

Vincenzo Annese. "Io, giramondo del pallone ed ora ct dell’Afghanistan. Ma un giorno sogno la A...»

Da fine maggio una nuova avventura per l’allenatore italiano che oggi sfida l’Iran

Da fine maggio una nuova avventura per l’allenatore italiano che oggi sfida l’Iran

Da fine maggio una nuova avventura per l’allenatore italiano che oggi sfida l’Iran

"Tempo fa mi ha scritto Walter Zenga dicendomi: “Noi sì che siamo dei giramondo“. Aveva ragione". A settemila chilometri dall’Italia, nel giorno della vigilia di un match che ha un certo significato politico e non solo sportivo, risponde dal suo cellulare Vincenzo Annese, pugliese d’origine e conquistatore di mondi calcistici. In tre lustri ha girato da un continente all’altro, da maggio è il ct dell’Afghanistan e oggi affronta l’Iran in uno scenario internazionale intrigante e complesso. Ma lui è uomo di calcio, non parla di politica, preferisce pensare al match di Cafa Nations Cup che però si disputerà a Hisor (in Tagikistan, che è nello stesso girone con la Malesia). "E’ la seconda partita da quando sono alla guida della nazionale afghana, al debutto abbiamo perso in Siria pur giocando bene. Lo stadio di Kabul non è omologato ma ci siamo preparati al meglio per sfidare la squadra di Taremi...".

Passo indietro. Ma come è arrivato in Afghanistan lei, uomo nato in riva all’Adriatico? "Ah, non certo per qualche manovra dei procuratori, non avendone io uno. E’ stato il capitano, Sharif Mukhammad, che ha giocato con Eto’o e Roberto Carlos nel campionato russo, a segnalarmi alla sua federazione. L’ho allenato al Gokulam Kerala, in India, dove abbiamo vinto ben due campionati. Fra di noi è rimasto un bel rapporto, e quando la panchina della sua nazionale è rimasta libera mi ha chiamato e ho accettato con entusiasmo. Qui ci sono le potenzialità per poter far bene, anche se non mancano i problemi".

Ad esempio? "La necessità di dover girare in lungo e in largo per selezionare i migliori, ci sono tanti calciatori afghani bravi ma giocano all’estero, soprattutto in Europa. Sono molto fisici ma hanno bisogno di una maggior disciplina tattica. Voglio che giochino ogni partita come una finale perché io sono un vincente".

Al di fuori del campo di calcio nulla teme in un paese comunque complicato? "Guardi, tante persone mi fanno questa domanda mostrandosi preoccupati. Ma non è così, a volte si parla con pregiudizio. Io mi sento più sicuro a Kabul che a Roma o Milano, ci sono tanti turisti in Afghanistan. Non parlo della situazione politica perché non sono in grado di dare giudizi: a me interessa far bene nello sport e vorrei che l’Asia presto parlasse dell’Afghanistan dal punto di vista calcistico".

Questa è solo l’ultima tappa di un viaggio lunghissimo iniziato circa quindici anni fa... "Mi ha sempre affascinato l’idea di spostarmi e conoscere culture diverse. Certo, avrei voluto allenare in Italia, e spero davvero che primao poi mi sia data questa possibilità. Ma il destino mi ha aperto altri scenari. E’ stato Giuseppe Greco, l’ex centrocampista di Ascoli, Torino e Lazio a contattatarmi. Guidava un club lituano e c’era un tecnico italiano, mi volle come vice. Poi nel 2014 sono andato nella seconda divisione lettone. Quindi Estonia ed Armenia, dove ho guidato le rappresenattive under 17 e under 19 agli europei".

Fu solo l’inizio... "Si, nel 2017 mi chiamò il Bechem nella serie A ghanese dove ero l’unico bianco. Vinsi il mio primo trofeo, di quella terra e di quell’esperienza conservo ricordi bellissimi e anche molto forti, come aver visto bambini litigare per una bottiglietta d’acqua. Ti lasciano un segno".

Ancora: Palestina e Nepal... "Nel primo caso con l’Ahli Al-Khalil alzai Coppa e Supercoppa, purtroppo non riuscii a terminare il campionato per problemi di visto. In Palestina si fa molto gioco di squadra. Col Nepal scovavo ragazzi nei tornei scolastici, abbiamo fatto due gol allo Yemen riscrivendo la storia calcistica nazionale".

Dove ha avuto problemi seri? "In Kosovo, per un ambiente difficile. Troppe intrusioni della politica e rapporti umani difficili da gestire. E poi una giornata intera rinchiuso in uno spogliatoio dell’Indonesia con i tifosi avversari inferociti all’esterno".

Un suo modello da seguire? "All’inizio Zeman, oggi Conte. oggi ammiro Conte. Mi rivedo nel titolo del suo libro, “Dare tutto, Chiedere tutto”".

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