Marco Confortola
Marco Confortola

Valfurva, 18 agosto 2019 - Il cacciatore di 8.000 vuol terminare la sua collezione. Reduce dalla sua ultima impresa, la conquista del Gasherbrum II a 8.035 metri di altezza, l’alpinista valtellinese è già proiettato nel futuro. Nei prossimi 3/4 anni ha infatti intenzione di salire sui 3 ottomila che mancano alla sua fantastica collezione ed entrare nella ristretta cerchia di chi ha scalato tutte e 14 le vette del mondo sopra gli 8.000 metri senza ossigeno. Per completare l’opera, Marco dovrà salire su Kanchenjunga (8.586 metri), Nanga Parbat (8.126 metri) e Gasherbrum I (8.068 metri). La montagna è la sua vita. È appena sceso dal Cevedale dove ha accompagnato due giovanissimi apprendisti alpinisti. «Glielo avevo promesso, sono arrivati in cima, felici. È bellissimo…».

Marco, riavvolgiamo il nastro, cosa è stata per te la scalata al G2?

«Una nuova splendida avventura, era dal 2008 che non mi recavo in Pakistan, sono passato davanti al K2, l’ho guardato “negli occhi” mi è venuto il “magone”, un turbinio di emozioni. In un attimo ho ripercorso un po’ tutto quel che è successo lì su quella montagna più di 10 anni fa…».

E poi una nuova conquista...

«Sì, avevo preso due permessi, uno per salire sul G1 e uno per il G2. Il 15 luglio sono arrivato vicino al G1 ma siamo dovuti scendere prima dell’ultimo assalto a causa delle condizioni meteo».

Sul G2 però tutto è andato per il meglio.

«Sì, di 8.000 facili non ce ne sono, ogni volta ci sono delle difficoltà. Diciamo che è andato tutto per il verso giusto. Mi sono allenato alla grande sulle “mie” montagne (quelle del Gruppo dell’Ortles Cevedale dove Marco si allena e lavora come Guida Alpina ndr), l’acclimatamento è stato veloce e ottimo così come la salita. Il primo giorno siamo andati dal campo base al campo 1, il secondo giorno dal campo 2 al campo 3 e poi dai 7.000 metri abbiamo saltato il campo 4 e siamo arrivati in vetta prima di scendere subito fino al campo 1. Meraviglioso».

Difficoltà?

«Dal C3 al C4. Non è stato facile scalare di notte pareti del 3° e 4° grado. Poi in cima, invece, è stato più “semplice”. Il G2 non è di certo il K2 o l’Annapurna ma è sempre un 8.000 e come tale va trattato e rispettato».

Dopo il K2 hai subito l’amputazione parziale delle dita dei piedi e il rischio congelamento è più alto. Come è andata questa volta?

«Bene anche da quel punto di vista, purtroppo in passato ho dovuto rinunciare ad attaccare delle vette proprio per il rischio del congelamento ai piedi. Grazie anche a Scarpa, che mi ha fornito anche questa volta una calzatura nuova e performante, alla Level, per il sovra scarpa in neoprene, e a particolari calze tutto è andato bene».

E adesso che intenzioni hai?

«Ogni anno e ogni volta è una faticaccia, perché la preparazione per scalare un 8.000 è impegnativa. Io sono una Guida Alpina, lavoro fino a settembre e poi senza riposo devo subito immergermi nella preparazione per una nuova impresa. Ma mi trovo come quei ragazzi che per laurearsi devono sostenere ancora 3 esami. Sono stanchi, ma vogliono finire. Ecco, anche io, voglio arrivare in fondo per non lasciare un’incompiuta. I sacrifici - tempo e famiglia su tutti - sono tanti, ma voglio gli ultimi tre 8000 in 3 o 4 anni».

E di sicuro che il “Selvadek” non mollerà la presa, fino all’ultima vetta.