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25 mar 2022

Como, Riella l’evaso nei boschi di casa: ecco le prove che lo incastrano

Gravedona, il 48enne è scappato giorni fa agli agenti durante la visita alla tomba della madre

paola pioppi
Cronaca
Massimo Riella, 48 anni, in una foto d’archivio con la sua moto da trial nei boschi
Massimo Riella

Como -  «Una rapina commessa con modalità efferate ai danni di due anziani". È questa la motivazione con la quale dallo scorso dicembre, Massimo Riella, è sottoposto a una misura cautelare in carcere. L’uomo, 48 anni di Gravedona, come è ormai ben noto, il 12 marzo è evaso mentre faceva visita alla madre, seppellita nel cimitero di Brenzio. Lui nega di essere l’autore di quella rapina, commessa la sera del 12 ottobre scorso, nei confronti di due coniugi di 88 e 91 anni, ma il Gip di Como aveva ritenuto fondati gli elementi raccolti durante le indagini dei carabinieri di Menaggio, così come la valutazione di pericolosità sociale del sostituto procuratore Alessandra Bellù e l’esigenza di tutelare vittime e testimoni.

Il rapinatore , con il volto coperto da un passamontagna e una giacca da caccia verde militare, era entrato da una portafinestra, aveva sbattuto a terra l’uomo e aveva puntato un coltello, chiedendo i soldi che avevano in casa e minacciandoli di morte. Poi aveva strattonato la donna, l’aveva spinta a terra e messo uno strofinaccio in bocca rischiando di soffocarla. Solo dopo aver ricevuto 700 euro, si era allontanato. Ma nella concitazione, aveva perso il coltello, rimasto a terra in mezzo al sangue perso dai due anziani, sequestrato dai carabinieri e oggetto di accertamenti. Dalle telecamere, i militari avevano individuato un Ape Car con un individuo che viaggiava nel cassone, pochi minuti dopo la rapina: era Massimo Riella, che aveva bloccato il conducente, e senza chiedergli il permesso, si era sdraiato nella parte posteriore "come a volersi nascondere". Indossava un cappello di lana più volte ripiegato, compatibile con un passamontagna alzato, e una giacca verde come quella descritta dalle vittime. Una volta arrivato a destinazione, al conducente dell’Ape Car, "con modo scherzoso ma allo stesso tempo inquietante", disse che "avrebbe dovuto ucciderlo per averlo aiutato".

 

 

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