BARBARA CALDEROLA
Economia

Flowserve, le speranze sono finite: a Mezzago scatta l’ora dei licenziamenti

Salta la trattativa per scongiurare i 61 tagli annunciati dalla multinazionale. I sindacati sul piede di guerra: "Una mattanza, li porteremo in tribunale"

La protesta dei lavoratori di Flowserve

La protesta dei lavoratori di Flowserve

Mezzago (Monza e Brianza) – Gli scioperi, il pressing, il sostegno delle istituzioni, dal Comune alla Regione, non sono bastati per evitare la rottura delle trattative alla Flowserve di Mezzago. L’azienda americana delle valvole per l’Oil&Gas "ha voltato le spalle ai lavoratori, negando il criterio dell’uscita volontaria per tagliare i 61 posti su 179 che ha messo sul piatto mesi fa", spiega Adriana Geppert, sindacalista della Fiom-Cgil Brianza. Da oggi prende forma la “lista nera” che per settimane ha fatto tremare operai e impiegati della divisione che sarà definitivamente esternalizzata in India. E ai sindacati l’operazione non va giù.

"Questa mattanza nel nostro Paese deve finire – aggiunge Geppert – le multinazionali, compresa questa, parlano di responsabilità sociale d’impresa, di dialogo con il personale e con i loro rappresentanti e poi buttano in mezzo ad una strada decine di persone e le loro famiglie". Attualmente, nel sito di via delle Industrie a Mezzago ci sarà l’assemblea, la strategia è chiara: "A questo punto la battaglia si sposta sul piano legale – annuncia la sindacalista – impugneremo i licenziamenti in tribunale".

Una strada che fino a pochi giorni fa sembrava lontana e invece "in queste condizioni è la sola percorribile". I metalmeccanici dopo l’annuncio choc della sforbiciata avevano chiesto il ricorso alla cassa integrazione "per salvaguardare occupazione e sito", ma si sono sempre trovati davanti un muro. Le sollecitazioni di diversi livelli istituzionali sembravano aver fatto breccia. Tutto inutile. Per le famiglie toccate da vicino dalla delocalizzazione sono ore durissime, ci sono figli da crescere e mutui da pagare e "non sappiamo come fare". È il secondo taglio in pochi anni consumato nei capannoni del Gruppo, durante la pandemia i dipendenti erano già stati ridotti, saltarono 45 posti e il conto complessivo della forza lavoro scese ai 179 attuali. "Ma ora il numero calerà di nuovo", trema anche la seconda divisione, quella degli attuatori, altri componenti per gli impianti di estrazione del petrolio, che gli americani hanno detto di voler mantenere in città, ma tra i lavoratori interessati il dubbio è lecito. "E quel che è peggio è che accade tutto mentre i conti corrono – conclude Geppert –: il fatturato è in crescita sui 30 milioni di euro e gli ordini non mancano. Ma per fare più profitto vanno dove la manodopera costa evidentemente meno".