Sulle orme di Puccini . Nascosto alla stazione ma battezzò l’erede

In corso Milano fra miseria e gelo, il ritorno in auto

Sulle orme di Puccini . Nascosto alla stazione ma battezzò l’erede

Sulle orme di Puccini . Nascosto alla stazione ma battezzò l’erede

Sull’architrave di un elegante edificio al numero 18 di corso Milano, a due passi dal centro di Monza, si può scorgere una piccola targa: “Negli anni 1886–87/ in questa casa/ove gli nacque il figlio Antonio/e compose parte dell’opera “Edgar”/GIACOMO PUCCINI/visse da bohémien/maturando in cuor suo/il dono imminentissimo/di armonie sublimi/e melodrammi eterni/Monza memore pose”.

Poche battute per raccontare una storia che merita di essere ricordata. Perché in quella vecchia casa per due anni visse un musicista destinato a divenire uno dei più grandi compositori italiani. Si chiamava Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini, di cui si celebrano quest’anno i 100 anni dalla morte.

A Monza Giacomo Puccini ci era arrivato al termine di una fuga. Innamorato di una donna di Lucca, Elvira Bonturi, aveva cercato in Brianza un rifugio quando la donna, rimasta incinta del compositore, non era più riuscita a nascondere la gravidanza. Perché si dà il caso che Elvira fosse già sposata ed era forte il timore che il marito potesse un giorno venire a reclamare la moglie con la forza o che quest’ultima potesse venire addirittura arrestata per abbandono del tetto coniugale.

Non a caso, per confondere le tracce, lo stesso Puccini mise in giro ad arte false voci che volevano Elvira da un’altra parte e nelle sue lettere ai familiari si raccomandava di non fare mai menzione dell’indirizzo in cui la coppia fedifraga aveva trovato rifugio, ma anzi di imbucare la corrispondenza alla stazione di Lucca, dove la cassetta veniva svuotata da personale della ferrovia, ritenuto evidentemente meno incline ai pettegolezzi dei postini di Lucca. Puccini trovò dunque casa vicino alla stazione di Monza, non troppo vicina alla più pericolosa Milano. E così per due anni, fra il 1886 e il 1887, la coppia del peccato si rintanò in corso Milano. Anni difficili e di estrema povertà: i fasti e il successo che un giorno avrebbero arriso a Puccini ricoprendolo d’oro in virtù del suo genio erano ancora là da venire. Tanto più che di bocche da sfamare ce n’erano addirittura quattro, contando anche i bambini: quella della piccola Fosca, prima figlia di Elvira Bonturi e del suo marito legittimo; e quella del piccolo Tonio, il figlio della colpa, che era nato appunto a Monza. E il cui certificato di battesimo è conservato tuttora alla parrocchia di San Biagio.

Gli anni monzesi videro Puccini barcamenarsi per racimolare qualche soldo. Mentre lavorava alla composizione dell’Edgar, Puccini si era ridotto a suonare il pianoforte per le ricche famiglie brianzole nelle loro “ville di delizia”, mentre Elvira ricamava i corredi per le fanciulle di buona famiglia. Una lettera scritta da Puccini dieci anni più tardi alla sua Elvira ricorda tuttavia con una certa commozione gli anni monzesi: "Cara Topisia, ricordi quei giorni con Tonio appena nato, con Fosca piccola che tu non sapevi più cosa fare per farla smettere di piangere? Quel rigido inverno che ci faceva battere i denti? Quelle lunghe notti in cui tutt’e quattro dormivamo nel letto grande per scaldarci? Bei tempi quelli! Indimenticabili, quando pareva che tutta la vita ci sorridesse intorno e il mondo fosse tutto bello. Ho nostalgia di quei giorni cosìgelidi ma mai più così caldi".

Fra le passioni di Giacomo Puccini ci furono i motori e quando Puccini erta oprmai diventato una star tornò spesso in Brianza per scampagnate con la sua automobile, una “Sizaire et Naudin”. In compagnia, come scrive lui, degli "amici monzesi", fra cui i pittori Emilio Borsa e Pompeo Mariani e il soprano Gemma Bellincioni.

Da.Cr.