Le Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento festeggiano i 100 anni a Seregno
Le Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento festeggiano i 100 anni a Seregno

Seregno (Monza e Brianza), 27 maggio 2020 - C’è chi , in una sorta di quarantena, ci vive tutti i giorni e volontariamente. Solo che la chiama clausura. Sono le monache di vita contemplativa, alle quali appartengono anche le Adoratrici Perpetue del SS Sacramento. Ordine fondato a Roma all’inizio dell’Ottocento e che conta monasteri in Italia e in tutti i continenti. I monasteri - diceva Papa Benedetto XVI - apparentemente inutili, sono invece indispensabili, come i “polmoni” verdi di una città: "fanno bene a tutti, anche a quanti non li frequentano e magari ne ignorano l’esistenza". Per chi è credente, cattolico, una presenza di particolare importanza soprattutto nei momenti più difficili che si trova a vivere l’umanità. Come una pandemia. In Lombardia ci sono tre case di monache che appartengono a questo Ordine religioso: a Monza, a Seregno e a Vigevano. Ed è dal monastero di Seregno, che quest’anno celebra i 100 anni di presenza nella cittadina brianzola, che risponde la Madre Superiora, suor Maria Daniela di Gesù Sacerdote, seregnese.

Come va?
"Noi stiamo bene, non abbiamo avuto contagi, anche grazie alle norme della clausura, che specie in Quaresima, già di per sé, non prevedono contatti con l’esterno, per favorire un tempo più intenso di preghiera e raccoglimento. Grazie a Dio, non abbiamo avuto bisogno di ricoveri anche per altri motivi di salute e imprevisti comunque probabili in una comunità di 28 sorelle, di cui molte anziane. Anche il nostro “lockdown” è stato quindi totale".

Le funzioni religiose hanno subìto interruzioni o cambiamenti per molti Cristiani. È accaduto anche per voi?
"Abbiamo avuto sempre la S. Messa, grazie ai monaci benedettini, nostri vicini di casa. Purtroppo senza la partecipazione dei fedeli: ogni mattina, all’apertura della grata che divide il nostro coro dalla chiesa, avevamo davanti a noi l’immagine desolante del vuoto oltre il sacerdote, degli spazi liberi normalmente occupati da quelle persone che ogni mattina, prima del lavoro, partecipavano con noi al sacrificio eucaristico. Ma la chiesa è rimasta sempre aperta tutto il giorno per permettere una visita al SS Sacramento ai pochi passanti, a chi comunque era fuori casa per motivi di lavoro o in servizio volontario. Per un certo periodo avevamo mantenuto anche l’apertura di notte, ma poi abbiamo deciso di continuare l’adorazione notturna a porte chiuse, alternandoci solo noi nella preghiera alla presenza di Gesù nella SS.Eucaristia".

Si vive un momento particolare, in Italia, per voi cosa è cambiato?
"Il monito ‘Restate a casa’ e tutte le ordinanze governative di questo periodo ovviamente non hanno sconvolto i ritmi della nostra vita e non ci hanno costrette a spazi più ristretti, nemmeno ci hanno costretto a cambiamenti nelle nostre abitudini. Per lo meno a quelle relative alla vita comunitaria. Ovviamente viviamo come tutti la preoccupazione per quanto è successo, per la pandemia non ancora debellata, per tutti i problemi ad essa legati. Inoltre fanno parte della nostra comunità delle giovani sorelle provenienti dall’Africa, quindi la situazione che abbiamo presente e per la quale offriamo la nostra preghiera di intercessione non è solo quella del nostro Paese, ma anche quella di quelle terre lontane, che sentiamo particolarmente vicine sia per il vincolo fraterno che ci lega con le nostre sorelle sia per la presenza di monasteri del nostro Ordine in Kenya e in Ruanda".

Quindi lo svolgimento della giornata monastica in tempo di coronavirus non ha subito cambiamenti significativi?
"Il nostro orario è scandito dalla preghiera liturgica in comune, dalla preghiera personale, dall’adorazione eucaristica; questo ritmo regolare di preghiera occupa una buona parte della giornata e della notte, interrotto dalle altre attività lavorative e soprattutto dall’assistenza alle sorelle inferme. Abbiamo intensificato i momenti di preghiera comune, ma la trama quotidiana già molto fitta lascia poco spazio a iniziative nuove.
Tuttavia abbiamo dovuto fare i conti con appuntamenti da annullare, in particolare quelli che prevedevano la partecipazione dei fedeli e programmate per ricordare i nostri 100 anni di presenza a Seregno".

C’è stata da poco la Pasqua.
"Una Pasqua insolita, da catacombe, sole. Abbiamo fatto di tutto però perché le celebrazioni avessero la solennità e la dignità che la liturgia e la verità dell’annuncio della risurrezione di Cristo richiedono. Cristo risorto vive in mezzo a noi e non ci lascia soli! Proprio perché stiamo vivendo una situazione di dolore, d’incertezza, di sgomento, l’annuncio deve risuonare con tutta la sua bellezza e la sua forza. La gioia della Pasqua è risuonata nelle celebrazioni più forte di ogni rtistezza e di ogni preoccupazione".

Come vi siete sentite in questo particolare isolamento anche nei momenti che siete soliti condividere con i fedeli?
"Proprio questa situazione è stata occasione per approfondire la coscienza della nostra vocazione nella Chiesa, la responsabilità delle Messe che abbiamo potuto e che per ora possiamo celebrare, sentendoci uniti a tutta la Chiesa, a tutti i fratelli e le sorelle costretti a rinunciare all’Eucaristia.
Nelle Messe celebrate a porte chiuse, proprio l’assenza fisica dei fedeli ci ha rese più consapevoli del nostro apostolato, che è quello di stare di fronte a Dio per il mondo, in adorazione per tutti, per lodarlo, ringraziarlo, riparare il male commesso e supplicare la sua misericordia, di dare voce alle suppliche di quanti sono nel dolore e nell’angoscia. Tutti presenti nella nostra preghiera! Ma adesso pian piano, come dice il nostro Arcivescovo Mario Delpini, ma con determinazione e prudenza, si ricomincia, si ritorna ad attingere alla fonte della nostra fede, che è l’Eucaristia".