Milano, 16 febbraio 2018 - Trony, una crisi senza paragoni. Negozi desolatamente semivuoti e senza merce, dipendenti che nonostante la scarsità di clienti si presentano ogni giorno sul posto di lavoro, senza stipendio o quasi visto che verrà conferito loro solo il 20% del dovuto. Incombe lo spettro del fallimento della catena.

La tenuta occupazionale complessiva del gruppo Trony è ormai arrivata ad un punto di criticità e i negozi di elettrodomestici di Milano e provincia sono a rischio chiusura, come quelli di corso Vercelli, corso 22 Marzo, piazza San Babila, Portello ma anche Paderno Dugnano, Abbiategrasso, Vigevano, Pavia e Caronno Pertusella. In totale 141 lavoratori che sperano nel miracolo di finanziatori terzi o della cessione della rete di vendita, perché altrimenti rimarrebbero a spasso. «La situazione è drammatica - spiega Maria Assunta Caruso, della Fisascat-Cisl -. Da tempo non c’è merce nei negozi e trattandosi di attività commerciale in assenza di merce non si va da nessuna parte. Non ci sono più ammortizzatori sociali e dal 24 del mese scorso l’azienda è in concordato in bianco. Da qual momento tutto il pregresso di legge viene congelato Non c’erano e non ci sono le condizioni economiche per pagare gli stipendi e così, fino al giorno del concordato, i lavoratori prenderanno il 20% della retribuzione e dopo, nella peggiore delle ipotesi, nulla». Tutto fermo anche per liquidazione e per i soldi spettanti alle persone che nel frattempo erano uscite volontariamente dall’azienda, su proposta della stessa società. Tutto bloccato. 

Nelle scorse settimane più volte si era parlato di una trattativa con alcuni competitor interessati all’acquisizione della rete di vendita, messa in ginocchio da investimenti sbagliati e anche dalla crisi del settore dovuta al boom del commercio online. C’erano stati incontri al ministero del Lavoro ma le operazioni si sono concluse con un nulla di fatto. Una trattativa ormai tramontata, che ha generato di fatto una drammatica assenza di liquidità. E quindi stop all’erogazione degli stipendi ridotti al 20%: ad oggi sembra che non ci siano più spazi ulteriori per la cessione delle filiali o comunque per l’intervento di finanziatori terzi. A complicare le cose il fatto che Dps Group, la società da cui dipendono i lavoratori, è finita in una procedura concordataria. Il giudice delegato del tribunale di Milano, Irene Lupo, ha nominato Alfredo Haupt commissario della Dps Group, facente capo all’imprenditore pugliese Antonio Piccino.  Il Tribunale ha quindi accolto il ricorso dell’azienda che ha chiesto la procedura per tutelare Dps Group da un paio di istanze di fallimento giunte alla fine dello scorso anno da parte di altrettanti fornitori. Per salvare i posti di lavoro, quindi, servirebbe un miracolo.