La trilogia di Ascanio Celestini: "Indago l’umanità degli ultimi"

Con ‘Rumba’ porterà il presepe di San Francesco al Piccolo Teatro Strehler: "Racconto quello che gli altri non raccontano e l’essere umano nelle debolezze e nel suo dolore"

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

Milano - Una mangiatoia. Il bue. L’asinello. Nient’altro. Nasce così il presepe di San Francesco, nella notte di Natale del 1223, a Greccio. Simbolo di una divinità accolta fra gli ultimi. Nella povertà.

Orizzonte su cui da tempo si interroga Ascanio Celestini. Attraverso una trilogia che si conclude con Rumba, domani al Piccolo Teatro Strehler. Replica unica. Per poi proseguire al Carcano, dal 24 al 28 gennaio. Sul palco la musica di Gianluca Casadei e le parole dell’attore romano. Che qui torna ai due coinquilini del casermone popolare, già protagonisti dei precedenti spettacoli. Gente di quartiere. Circondata da un mondo in cui gli ultimi sono sempre gli stessi. E assomigliano parecchio a quelli di 800 anni fa.

Ascanio, come mai San Francesco?

"In “Laika“ ho raccontato quello che i miei protagonisti vedevano dalla loro finestra, in “Pueblo“ quello che si immaginavano. Ora è il momento che scendano nel parcheggio, per interagire con gli ultimi: un barbone, l’ex-prostituta, uno zingaro, gli altri inquilini. Ed è a questo punto che arriva un pullman di pellegrini con cui iniziano a ragionare sulla nascita del presepe".

Un racconto nel racconto?

"Sì, partendo dal fatto che in quel primo presepe c’era solo una mangiatoia, un asino e un bue. Perché San Francesco non voleva rappresentare la nascita di Gesù Cristo ma il suo arrivo fra la povera gente. Lo fece una volta tornato dalla Terra Santa, convinto dell’inutilità di una guerra per conquistarla, visto che in realtà Betlemme è ovunque, anche a Greccio".

Quanto c’è del pensiero religioso?

"La sua scelta non è comprensibile senza considerare che la volontà era quella di seguire fedelmente il Vangelo. Per questo è un errore vederlo come un rivoluzionario, il suo agire va in un’altra direzione, proprio mentre il Medioevo diventa più violento e pericoloso. Un’epoca di profonde disparità, come oggi. Francesco non si contrappone alla Chiesa, anche perché inizialmente i frati non sono religiosi ma fratelli laici, compagni. Ed è in questo contesto che ordina di non toccare i soldi e di essere servi fra i poveri".

Ma non dura molto.

"Lascia nel 1220, l’ordine è già diventato una multinazionale con un brand e una mission, come afferma lo storico Alessandro Barbero. In soli dieci anni è cambiato tutto. La Chiesa lo definisce uomo perfetto e inavvicinabile. Definizione che suona come tana libera tutti: ognuno si comporti come crede, visto che la sua perfezione non è replicabile".

Perché una trilogia sugli ultimi?

"Credo che il compito di uno scrittore sia raccontare l’essere umano, nelle debolezze e nel dolore. L’umanità la si ritrova in chiunque, ovviamente. Ma persone come i detenuti, i malati, i poveri non possono nasconderla e a me interessa indagare da quelle parti. C’è poi il discorso politico".

Dare voce a chi non ha voce? "Raccontare quello che gli altri non raccontano. Una volta intervistai Sisto, un uomo sopravvissuto al Rastrellamento del Quadraro, nel 1944. Gli chiesi come mai non avesse raccontato prima la sua storia, aspettandomi più o meno le solite risposte. Lui mi disse invece che in realtà l’aveva sempre raccontata, solo che di lavoro faceva l’elettricista. E nel suo gruppo non si trovavano né scrittori, né registi. Non c’era stato nessuno per portarla fuori, nel mondo".

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