CLAUDIO
Cronaca

Quando eravamo tutti attori

Claudio

Negri

Drammaturghi e attori nati. O quasi. C’era qualcosa di antico, nell’aria. E ogni uomo, come nel film “Storie Irlandesi” di John Ford, aveva cento canzoni nel cuore. La mia famiglia, considerando le ascendenze, remote nel tempo e nello spazio, sembra venuta al mondo sul carro di Tespi. Il bisnonno materno, nella sua vita avventurosa, fu anche commediografo a soggetto. Per il teatro dei burattini e per il focolare. Conservo i suoi canovacci, vergati in bella scrittura su certi quadernetti. Lui prediligeva - come il sottoscritto - il Ciclo Bretone. Quello di Artù, Lancillotto e Ginevra. Negli Anni Dieci del secolo scorso, su un calessino, il bisnonno girava per il circondario, da Melzo a Dodge City coi suoi cavalieri di stoffa e cartapesta e la bisnonna che fungeva da aiuto regista e da cassiera: qualche soldo e qualche bottone. Il tutto era trainato da un cavallo di nome Tirso (de Molina...). Era un morello, un baio, un roano? La memoria familiare è labile sul colore del crine, ma di sicuro anche la povera bestia recitava bene la sua parte. Che altro? Da ragazzotto il bisnonno era scappato di casa aggregandosi per qualche giorno a una compagnia itinerante di commedianti. Avendo, consapevolmente o meno, un illustre predecessore in quel genere di fughe artistiche: Carlo Goldoni. Ma lui non lo fece mai pesare. Nei suoi tanti figli e figlie e nipoti e bisnipoti, come danza di lucciole, si accenderà discontinuo il sacro fuoco del proscenio. Un proscenio quasi sempre parrocchiale o da orchestrina trappista, orecchianti d’operetta o, più tardi, di jazz caldo e freddo. Occhi di limpide commozioni. Anche tra gli zii acquisiti annovero qualche cantante e attore, sempre nell’ambito di cui sopra. Uno di loro, per farsi coraggio, beveva sempre un grappino prima di salire sul palco. Ma una volta ne bevve due. O tre. Ed era, diciamo così, sull’andante euforico. Si avvicinò al microfono ondeggiando. E scorse tra il pubblico la zia Adalgisa, sua moglie. Allora, da crooner della Martesana, biascicò un languido saluto: “Ciao, Gisa...”. La zia, romanticamente, rispose al saluto mandandolo a quel paese, con circostanziate indicazioni. Risata generale. Eravamo davvero tutti attori.

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