Paolo Salvaggio ucciso a Buccinasco
Paolo Salvaggio ucciso a Buccinasco

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Meno di 800 metri separavano il cancello dell’abitazione dove stava scontando gli arresti domiciliari per droga dalla sua meta, il bar in piazzetta San Biagio. Lì era diretto Paolo Salvaggio, come tutti i giorni alle 10, quando era libero di uscire per un paio di ore. Un abitudinario, tanto che quando l’ambulanza lo ha portato via nella corsa disperata verso l’ospedale, il gestore del bar, arrivato sul luogo del delitto, ha chiesto la marca della bicicletta piegata sull’asfalto, preoccupato che fosse proprio il suo cliente abituale la vittima di una sparatoria senza precedenti.

Una scena da film, "alla Gomorra" come ha detto un passante che ha visto sfrecciare lo scooter nero dopo l’agguato. Salvaggio è stato colpito da almeno quattro proiettoli, sparati al petto, alla spalla e l’ultimo in testa. Una scena inquietante, davanti agli occhi di tanti che passavano da via della Costituzione, angolo via Morandi. Una strada trafficata, anche alle 10 del mattino, quando è avvenuto l’omicidio. Proprio di fianco alla scena del delitto si apre il parco Spina Azzurra, il più grande e frequentato di Buccinasco. A pochi passi c’è la scuola elementare e media: per fortuna i bambini erano già in classe. Salvaggio era uscito puntuale da casa, in via Lamarmora. In sella alla sua bici bianca aveva percorso una manciata di metri, fino al semaforo. Lì, sulla pista ciclabile, lo hanno ammazzato.

I soccorritori hanno provato a fargli ripartire il cuore, ma le ferite erano già troppo gravi ed è morto in ospedale. Un attimo dopo che si è alzato l’elicottero del 118, sono arrivati i familiari. "Perché non mi avete avvisata - ha urlato la moglie sotto choc davanti ai carabinieri - me lo hanno ucciso, hanno sbagliato persona, non può essere vero". Increduli anche i parenti, gli amici: "Non è possibile, ora vogliamo giustizia. Devono trovare chi lo ha ammazzato". I carabinieri setacciano il passato torbido della vittima, uomo del clan Barbaro e Papalia, già condannato per droga.

Salvaggio detto "Dum Dum", 60 anni, originario di Pietraperzia, provincia di Enna, era personaggio di calibro nel panorama del narcotraffico, capace di intrattenere rapporti con i fornitori montenegrini, a cui consegnava anche 10 milioni di euro al mese, come raccontava il suo socio pregiudicato Francesco Petrelli, e coi feroci narcos colombiani. Fitti i contatti con la criminalità organizzata, ‘ndrangheta e Sacra corona unita (clan Magrini), finito nelle operazioni dell’antimafia (l’ultima Parco Sud, 2013), uscito dal carcere nel 2018. "Un professionista del crimine con decine di precedenti e reati gravi, ha iniziato la carriera da giovanissimo, appena maggiorenne. L’unico limite alla reiterazione per Salvaggio è l’impedimento con coartazione fisica", scrivevano gli inquirenti nelle carte delle inchieste per la penetrazione della ‘ndrangheta nel Sud Milano. "Sul finire del 2007 – ancora dalle carte – era Salvaggio, con Giuseppe Liuni e la famiglia dei Grifa, a gestire tutto il traffico in zona, in seguito all’arresto di alcuni sodali del clan Molluso".