Alberto Cartasegna e il successo ristoranti Miscusi: “Ispirato dai Griffin e da mia nonna di 92 anni”

Milano, il fondatore 34enne della catena della pasta fatta in casa racconta il suo percorso imprenditoriale: “Dopo la laurea in economia ho provato a fare il consulente, ma non faceva per me”

Alberto Cartasegna serve ai tavoli di Miscusi di viale Bligny durante l'apertura straordinaria per gli anziani soli

Alberto Cartasegna serve ai tavoli di Miscusi di viale Bligny durante l'apertura straordinaria per gli anziani soli

Milano – “Travestito da consulente, con la giacca, la cravatta e la barba in ordine tutte le mattine ho resistito un paio di settimane. Poi non ce l’ho più fatta. Anche se da neo laureato ero arrivato in una delle società più importanti del mondo, ho mollato tutto. Non era proprio cosa per me". Dieci anni dopo Alberto Cartasegna, 34 anni, è a capo di una delle catene della ristorazione più conosciute di Milano, “Miscusi”, con otto ristoranti in città, più altri 8 tra Lombardia, Veneto e Piemonte, e circa 300 dipendenti.

L’occasione, per raccontare la figura di questo nuovo tipo di imprenditore, con un occhio all’andamento del mercato e l’altro alla sostenibilità e alla qualità dei prodotti, è l’appello che Miscusi ha rivolto a tutti i ristoratori per ospitare gli anziani soli nei loro locali quando sono chiusi. Miscusi lo fa dal 2019 e - dice Cartasegna - "ogni volta è una festa. Anche i nostri dipendenti si presentano con le loro famiglie per passare una giornata insieme a quelli che io chiamo i nonni di tutti".

Com’è successo che dopo una laurea in Economia alla Bicocca e in Bocconi e un lavoro per Boston Consulting, ha deciso di buttarsi nel settore della ristorazione?

"Chissà, forse hanno influito i geni di famiglia, originaria della zona tra Piemonte e Liguria. La mia infanzia è stata lì, con la terra ho sempre avuto un rapporto molto forte. C’erano i campi, l’orto e la cucina della nonna. Ho imparato ad andare in trattore a 10 anni. Poi ci siamo trasferiti a Cernusco sul Naviglio. Ho avuto la classica adolescenza di provincia e per mettere da parte qualche soldo, appena ho avuto la patente per il motorino, mi sono messo a consegnare pizze. Con quei soldi, finito il liceo, ho preso un biglietto per Londra dove sono stato un anno facendo un po’ di tutto, cameriere, barista, cuoco. I miei non erano d’accordo, mia mamma è anche arrivata in Inghilterra per convincermi a tornare, ma avevo davvero bisogno di uscire dal guscio. Quando sono tornato mi sono iscritto a Economia laureandomi poi con lode. Solo che il lavoro da consulente aziendale non era proprio fatto per me. Così mi sono trasferito a Berlino, dove ho lavorato per Rocket, un incubatore di start up. Lì ho imparato cosa significa prendersi rischi e anche sbagliare. Una scuola fondamentale. Alla fine però il richiamo per l’Italia è stato troppo forte. E sono tornato con l’intenzione di aprire un locale che valorizzasse la nostra tradizione gastronomica, troppo spesso sfruttata e tradita all’estero. Abbiamo deciso di puntare sulla pasta fatta in casa e gli ingredienti di alta qualità con fornitori attenti alla biodiversità e alla sostenibilità. Nel 2017 mi sono quindi buttato nell’avventura di Miscusi con il primo ristorante in piazza Cinque Giornate. E da lì non ci siamo più fermati".

La scena de I Griffin che ha ispirato il nome di Miscusi
La scena de I Griffin che ha ispirato il nome di Miscusi

Ma il nome Miscusi da dove arriva?

"È nato quasi per gioco. Durante un soggiorno di studio negli Stati Uniti, alcuni compagni tedeschi quando hanno saputo che ero italiano continuavano a ripetermi “Miscusi“. Ho poi scoperto che c’è una famosa puntata del cartone animato “I Griffin“ in cui Peter, il protagonista della serie, prova a parlare italiano e in maniera comica ripete, appunto, “Mi scusi“. Quando è stato il momento di pensare a un nome per il nostro ristorante mi è tornato in mente. Ha un bel suono, resta in mente e sono anche parole che in un ristorante si sentono spesso rivolte al cameriere. È quasi uno scherzo ma funziona, dà un bel senso di accoglienza informale, che poi è un po’ la filosofia dei nostri locali".

Come nasce l’iniziativa di aprire il ristorante agli anziani soli nei giorni di chiusura?

"Mia nonna ha 92 anni ed è ancora una colonna portante per tutta la famiglia. Ci fa ancora la pasta fatta a mano. È stato un po’ un omaggio a tutti i nonni. Anzi, ai nonni di tutti. Ho pensato di rendere utili i ristoranti quando restano chiusi. Un modo per far trascorrere agli anziani qualche ora divertendosi e mangiando i nostri piatti. In fondo non è un grande sforzo, però si ottiene un grande risultato. Ogni volta che l’abbiamo proposta è stato un successo, con il locale pieno, i nonni contenti, e noi più di loro. Spero che in tanti ci imitino, sarebbe bello creare una rete di ristoranti solidali".

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