L’atto d’accusa dei magistrati: "Gestione illecita, regole violate. E Lara Comi tuttora eurodeputata"

Le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano ha condannato la politica a 4 anni e 2 mesi. Lei annuncia il ricorso in Appello: "Ho sempre servito il Parlamento Europeo nell’interesse dei cittadini".

Nonostante la "gestione illecita del regime delle erogazioni da parte del Parlamento" e una "palese e consapevole violazione di tutte le regole scritte", Lara Comi "dal novembre 2022 è ritornata ad essere parlamentare europeo e lo è tuttora". È quanto osservano i giudici del Tribunale di Milano in uno dei passaggi più significativi della sentenza con cui lo scorso ottobre hanno condannato l’eurodeputata di Forza Italia a quattro anni e due mesi nel processo conosciuto con il nome di “Mensa dei poveri”. Nelle motivazioni del verdetto, infatti, viene fatto un chiaro riferimento alla "mala gestio che gli atti hanno messo in evidenza" in un contesto, tra l’altro, "di altissimo rischio di reiterazione di fatti analoghi" in base a un "fil rouge che ha caratterizzato tutto il percorso europeo". Arrestata nel novembre del 2019, la Comi era finita al centro dell’inchiesta per un presunto giro di tangenti insieme a decine di altri politici e imprenditori tra cui Daniele D’Alfonso, condannato a oltre 6 anni e mezzo, l’ex vice coordinatore lombardo di Forza Italia Pietro Tatarella, assolto, e l’ex consigliere regionale Fabio Altitonante, anche lui assolto. Nello specifico, all’eurodeputata venivano contestate le accuse di corruzione e false fatturazioni in merito ai corsi dell’Agenzia per la Formazione, Orientamento e Lavoro, e di truffa ai danni dell’Europarlamento per la vicenda di alcuni contratti di assunzione.

La sentenza, secondo la stessa Comi che si professa "innocente", ribadendo di non avere "mai preso fondi europei" né di avere "mai partecipato ad accordi corruttivi", è "ingiusta e contraddittoria" in quanto "l’affermazione di responsabilità si fonda solo su elementi indizianti opinabili". I reati sarebbero stati commessi tra il novembre del 2016 e il novembre del 2018. Questo, per i giudici, "è espressione di un medesimo disegno criminoso, potendosi tratteggiare un fine specifico illecito immanente volto a ricavare dalle casse del Parlamento Europeo proventi illeciti e truffaldini a beneficio di lei stessa, della sua famiglia, dei suoi amici e del partito". Lara Comi ha già annunciato che con il suo difensore Gian Piero Biancolella impugnerà la sentenza in appello. "Quel che più mi colpisce - ha aggiunto nella nota - è la violazione, in mio danno, della presunzione di innocenza, in quanto si ipotizza che potrei, come parlamentare eletto direttamente dai cittadini, commettere altri reati in danno del Parlamento Europeo, istituzione che ho sempre servito con dedizione e passione nell’interesse dei cittadini". Il suo legale, sottolineando come dai giudici milanesi "non siano stati tenuti in debita considerazione i criteri indicati dalla Suprema Corte di Cassazione in tema di valutazione degli indizi", ricorda anche che dall’analisi dei "conti correnti personali" eseguita da Banca d’Italia e dalla Guardia di Finanza non era stata riscontrata "alcuna anomalia". Esprimendo "perplessità e stupore per l’inutile coinvolgimento della madre" della Comi nelle motivazioni, il difensore precisa poi che nelle fasi del dibattimento la sua assistita aveva dichiarato di non avere "nulla da nascondere e di avere sempre agito nel rispetto della legge", sottolineando che "a riprova di ciò non mi sono avvalsa della immunità parlamentare lasciando alla magistratura, che non aveva richiesto alcuna autorizzazione, l’utilizzo di conversazioni, chat, email, nella consapevolezza che tale documentazione comprovasse la mia innocenza".

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