Marco Piovella, capo ultrà Curva Inter
Marco Piovella, capo ultrà Curva Inter

Milano, 4 marzo 2019 - Aldilà di «un evidente contributo di natura morale dovuto» al suo ruolo «carismatico» tra gli ultras «di componente del direttivo della Curva Nord» interista, «non emergono elementi probatoriamente qualificanti per ritenere» che Marco Piovella «abbia avuto un ruolo di organizzazione e/o di direzione materiale dei violenti scontri» di via Novara del 26 dicembre prima di Inter-Napoli, in cui morì Daniele Belardinelli.

Lo scrive la Sezione misure di prevenzione del Tribunale milanese, presieduta da Fabio Roia, nel decreto con cui ha sì disposto la sorveglianza speciale per pericolosità sociale per l'ultrà interista detto 'il Rosso', uno dei sei arrestati nell'inchiesta, ma per un anno e 6 mesi e non per tre anni, come richiesto dalla Questura e dalla Procura milanese. I giudici (Roia-Tallarida-Pontani) hanno anche bocciato la richiesta dei pm di divieto di soggiorno in Lombardia per Piovella, difeso dal legale Mirko Perlino, stabilendo invece che si dovrà tenere «ad almeno tre chilometri di distanza dai luoghi» delle manifestazioni sportive. 

Nell'indagine a Piovella, 34 anni, imprenditore nel settore delle luci e in carcere dal 31 dicembre, viene contestato di essere uno degli organizzatori dell'agguato contro gli ultras napoletani, sulla base di dichiarazioni di Luca Da Ros (arrestato e che ha collaborato nell'inchiesta) che ha detto, secondo gli inquirenti, «di aver avuto precisi ordini» sulle modalità del blitz dal 'Rosso'. La difesa, coi legali Perlino e Carlo Melzi D'Eril, però, ha dimostrato con una memoria e in udienza che né Da Ros «né alcun altro afferma di avere avuto precisi ordini» da Piovella e che non c'è prova che lui «avrebbe personalmente organizzato l'assalto». Nell'udienza, poi, lo stesso Piovella, oltre a raccontare che quel giorno «ha perso la vita un suo grande amico» ha ribadito di essere «soltanto il responsabile delle coreografie ed il 'lanciacorì della curva Nord». I giudici, sulla base degli atti a disposizione, hanno valutato che non c'è prova che lui diresse il blitz «non risultando in particolare accertata una sua presenza all'interno del pub Cartoons, locale dal quale sarebbero partiti gli ordini». La sua «potenzialità criminale», dunque, secondo i giudici, è «meno intensa» di quella rappresentata da Questura e Procura, anche se è comunque socialmente pericoloso, anche perché «da almeno 15 anni» riveste «un ruolo di leader e di soggetto di riferimento all'interno di una struttura della tifoseria estrema interista».

Anche se su questa «struttura», spiegano i giudici, «nessun elemento è stato portato all'attenzione del Tribunale probabilmente a causa di un momento di stasi nella necessaria struttura di conoscenza dei movimenti della tifoseria che dovrebbe coinvolgere tutti gli attori interessati ad una analisi preventiva del fenomeno». Ad ogni modo, gli altri ultras «possono subire o soffrire processi di natura manipolatoria» da parte di un leader come Piovella. Così, sulla base di tre fatti a lui attribuiti, compreso il blitz di via Novara, gli è stata applicata la sorveglianza speciale col divieto specifico di stare lontano da tutte le manifestazioni sportive.