Da sinistra, Massimo Merlo e gli altri tre operai  sul carroponte a dieci metri di altezza all’interno della fabbrica
Da sinistra, Massimo Merlo e gli altri tre operai sul carroponte a dieci metri di altezza all’interno della fabbrica

Milano, 30 marzo 2017 - Due operai che salirono sul carroponte licenziati, macchinari fermi e presidio permanente fuori dai cancelli. Mesi segnati dall’incertezza sul futuro della Innse di Milano, l’azienda metalmeccanica in via Rubattino, uno dei pochi simboli rimasti della storia industriale della città. Quasi otto anni dopo la protesta di quattro operai, che nell’agosto del 2009 trascorsero nove giorni sopra una piattaforma per salvare l’azienda dalla chiusura, la favola si scontra con la realtà. Massimo Merlo, 61 anni, uno dei reduci del carroponte, è pronto a "combattere fino all’ultimo" nella fabbrica dove ha lavorato per 40 anni.

Il 13 agosto 2009 siete scesi dal carroponte e la Innse è stata rilevata dal Gruppo Camozzi. Gli impegni sono stati rispettati?

"All’inizio non ci sono stati problemi, poi nel 2016 la proprietà ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione. Nel 2009 eravamo 48 operai, adesso siamo rimasti in 26 e la produzione è ferma".

L’accordo proposto dalla Fiom è stato bocciato.

"Camozzi aveva promesso l’assunzione di sette giovani e l’acquisto di macchinari nuovi, ma noi non ci siamo fidati. Il 28 febbraio è scaduta la cassa integrazione. Io, rappresentante sindacale, sono stato licenziato. Altri tre dipendenti, tra cui Vincenzo Acerenza, anche lui sul carroponte nel 2009, hanno ricevuto le lettere di licenziamento".

Con quali motivazioni?

"Hanno trovato pretesti per eliminare i lavoratori più combattivi. Abbiamo scioperato per 11 giorni, adesso c’è un presidio permanente fuori dai cancelli. Ci siamo mobilitati con la Prefettura. Siamo stati denunciati per violazione della proprietà privata, per le assemblee organizzate all’interno dell’azienda, e abbiamo ricevuto 38 provvedimenti disciplinari. Le udienze al Tribunale del Lavoro sono ancora in corso".

Come mai la produzione è ferma?

"All’azienda in questo momento non interessa produrre a Milano. Tre macchinari sono stati portati nel Bresciano, dove si trova la sede principale del Gruppo, che un anno fa ha aperto anche una fabbrica in Serbia".

Siete pronti a risalire sul carroponte?

"È impossibile perché l’area è presidiata da guardie giurate, però non possiamo darla vinta e siamo pronti a combattere fino all’ultimo".

La vostra esperienza ha fatto scuola in diverse altre fabbriche in crisi. Che cosa rimane otto anni dopo?

"Si è creato un gruppo coeso e consapevole dei propri diritti. C’è un legame tra gli operai che in altre aziende non esiste più, e forse siamo stati un esempio".