Verità per Fausto e Iaio, le famiglie e i consiglieri ora ci credono: "Riaprire le indagini, Milano vuole risposte"

Dopo 45 anni un podcast e una mozione bipartisan a Palazzo Marino: "Si possono esaminare i reperti del delitto con nuove tecnich.e E chi sa potrebbe ancora parlare. Chiarezza sui misteri di quegli anni"

Una manifestazione in ricordo di Fausto e Iaio (Archivio)

Una manifestazione in ricordo di Fausto e Iaio (Archivio)

Milano – La speranza non muore neanche a 45 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio, che avevano diciott’anni, frequentavano il Leoncavallo e facevano inchieste sugli spacciatori del loro quartiere, il Casoretto, ammazzati all’ora di cena del 18 marzo 1978 con otto colpi di pistola in via Mancinelli dove un murale consegna alla memoria i loro volti e la ferita aperta che Milano non vuole dimenticare. Al funerale di Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci c’erano centomila persone e "non erano lì per caso, si sentivano defraudati di qualcosa", osserva Rosario Pantaleo, consigliere comunale del Pd e presidente della Commissione Antimafia, primo firmatario di una mozione che tre settimane fa è stata approvata all’unanimità.

Talmente bipartisan che a presentarla con lui c’è il vicepresidente della commissione Luca Bernardo, già candidato sindaco del centrodestra: il Consiglio comunale "impegna" il sindaco Beppe Sala "a chiedere alla Procura di Milano" di "considerare la riapertura delle indagini" per dare a Fausto e Iaio, "ai loro cari e alla città quella giustizia e pace indispensabili per una vera memoria condivisa". Dei troppi morti degli anni di piombo tanti hanno avuto giustizia, ma i due ragazzi del Casoretto, freddati da un commando di tre persone in un’Italia sotto choc (due giorni prima le Brigate rosse rapivano Aldo Moro), con rivendicazioni di varie sigle neofasciste, la più credibile della brigata Franco Anselmi, colonna romana dei Nar, "non l’hanno avuta", ricorda Ivano Vallese dell’associazione Familiari e amici di Fausto e Iaio, che non ha potuto costituirsi parte civile perché non c’è mai stato nemmeno un processo.

Le indagini, durate formalmente 22 anni, le chiuse nel 2000 la gup Clementina Forleo con un’archiviazione, "pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolare" degli allora indagati Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci, nel ’78 militanti romani dei Nar poco più grandi di Fausto e Iaio, in seguito coinvolti in altre vicende giudiziarie; il curriculum criminale del primo, “il Cecato“, tra banda della Magliana e Mafia Capitale ispirerà persino personaggi di diversi film. Ma quei tre, per la "evidente allo stato" "non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni", non sono mai stati processati per l’omicidio di Fausto e Iaio.

Che è rimasto senza colpevoli. "Un cold case", dice Bernardo, circondato di "coincidenze e stranezze" come l’investimento mortale di Mauro Brutto, un cronista dell ’Unità che indagava sul caso falciato da un’auto pirata nel novembre del ’78, o il fatto che in via Monte Nevoso, di fronte alla finestra di Fausto, ci fosse il covo delle Br dove il 1° ottobre dello stesso anno i carabinieri avrebbero trovato il Memoriale di Moro (di cui una parte emergerà solo durante una ristrutturazione nel 1990). E anche se al momento non ci sono novità sul fronte investigativo, chiedere di riaprire il caso, ricominciare a parlarne dopo altri 23 anni come ha fatto Roberto Scarpetti con un podcast (“Viva l’Italia. Le morti di Fausto e Iaio”) su RaiPlay Sound, "non è una boutade ma una cosa estremamente seria", sottolinea Pantaleo.

I consiglieri, così come il drammaturgo, "non l’avrebbero mai fatto" senza il via libera della mamma di Fausto Danila, di suo fratello Bruno e di Maria Iannucci, la sorella di Iaio. Con Scarpetti, Maria e Ivano hanno anche affrontato i tredici faldoni dell’indagine nell’archivio della Procura, visto liste di reperti che potrebbero trovarsi ancora in custodia, e ad esempio, suggerisce Bernardo, si potrebbe cercare il dna degli assassini con tecniche che erano agli albori quando si chiusero le indagini. O condurre, ha suggerito il giudice Guido Salvini che fu l’ultimo a indagare, nuove indagini balistiche su proiettili e bossoli, comparandoli con armi sequestrate in quel periodo a esponenti dei Nar romani.

L’altra strada è che chi sa, dopo 45 anni, parli, sottolinea Vallese. "Ci vuole una volontà politica bipartisan - aggiunge Scarpetti - per svelare i misteri di quegli anni", archiviando eventualmente "una ragion di Stato" che quantomeno ora non ha più ragioni per negare le risposte che "le famiglie, gli amici, la città di Milano ma anche le nuove generazioni", osserva Bernardo, aspettano. Da 45 anni e tre mesi.

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