Milano, 22 febbraio 2018 - Fabrizio Corona esce dal carcere e va in una comunità terapeutica. Lo ha deciso il tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha concesso all’ex fotografo dei vip l’affidamento provvisorio e terapeutico in una comunità di Limbiate (Milano), dove dovrà seguire un percorso di recupero, dal lunedì al venerdì, da mattina a sera per curarsi dalla dipendenza «fisica e psicologica» dalla cocaina. La domenica, invece, il giudice ha specificato che Corona «dovrà restare a casa», nel suo appartamento di via De Cristoforis, a due passi da Corso Como. Niente serate in discoteca, ma nemmeno social network. Inoltre al fotografo è vietato anche «telefonare (i contatti possibili sono solo con parenti e avvocati) – scrive il giudice Simone Luerti - rilasciare interviste e diffondere immagini».

Un silenzio obbligato che di sicuro pesa a chi, come Fabrizio Corona, ha fatto della sua immagine e dei suoi eccessi la chiave del successo personale. All’uscita dal carcere, oltre alla fidanzata Silvia Provvedi, ad aspettarlo c’erano fotografi e telecamere e lui a stento è riuscito a trattenersi. Ha risposto con una battuta a una fan che gli ha gridato: «Fabrizio, sei un mito». E lui: «Lo so». Poi una visita nello studio del suo avvocato Ivano Chiesa, che lo ha difeso insieme con l’avvocato Antonella Calcaterra e con Luca Sirotti. «Sono contento di essere uscito, ringrazio il magistrato – sono le prime parole che ha detto al suo legale – ma sono anche arrabbiato per la fatica, perché ci sono voluti 16 mesi ad ottenere tutto questo», mentre «potevano bastare 16 giorni» per tornare libero.

Le porte di San Vittore per Corona si sono aperte sedici mesi fa, quando nell’ottobre del 2016 sono stati trovati nel controsoffitto di casa della sua collaboratrice Francesca Persi e in due cassette di sicurezza custodite in Austria, 2,7 milioni di euro in contanti. Il fotografo era libero dal giugno del 2015, quando, dopo aver scontato circa due anni e mezzo di detenzione, era riuscito a ottenere l’affidamento in prova nella comunità Exodus di don Antonio Mazzi, a Lonate Pozzolo, in provincia di Varese. Dopo un primo periodo era tornato a casa e aveva ricominciato a lavorare, facendo serate nei locali di mezza Italia.

I mesi trascorsi in carcere, però, per il giudice Luerti hanno cambiato Corona, che adesso «ha una forte motivazione personale a intraprendere il percorso di cura» previsto per lui. Il giudice sottolinea anche che «il tempo trascorso nell’ultima detenzione sembra avere dispiegato un effetto deterrente assai importante, mentre l’esistenza di forti legami affettivi e familiari, non ultimo quello col figlio quindicenne, giocano un ruolo responsabilizzante in modo intenso e positivo». Corona «all’esito di questo percorso faticoso» per il giudice ha «acquisito sufficiente consapevolezza per trarre tutto il beneficio per sè e per la propria famiglia di quell’effetto ‘paradossale’ (e quindi positivo) della carcerazione. Sa che è la sua ultima occasione», che il medico di San Vittore che lo seguiva «individua bene nell’interruzione di ‘un’escalation che avrebbe potuto avere un esito decisamente infausto’».  Il 27 marzo si discuterà davanti al Tribunale di Sorveglianza, questa volta in composizione collegiale, la convalida del provvedimento.