Giuseppe Pellicanò in aula (LaPresse)
Giuseppe Pellicanò in aula (LaPresse)

Milano, 16 febbraio 2019 - Ergastolo per Giuseppe Pellicanò, il pubblicitario accusato di strage e devastazione per aver causato un’esplosione nel suo appartamento in una palazzo di via Brioschi nella quale, nel giugno 2016, morirono la sua ex compagna Micaela Masella, rimasero ferite gravemente le sue due bimbe. E morì anche una coppia di giovani vicini di casa marchigiani, Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi. La Procura generale ha fatto ricorso contro la sentenza d’appello che a ottobre ha stabilito la condanna a 30 anni. Chiede che Pellicanò sconti l’ergastolo, 30 anni sono troppo pochi per chi ha commesso una strage così grave.

Il sostituto pg Daniela Meliota aveva chiesto fin dall’ultima udienza la conferma dell’ergastolo. «Il suo stato era quello di chi ha ucciso per rabbia, rancore, gelosia e per essere stato offeso nel suo orgoglio maschile», aveva detto al termine della requisitoria. Il pg ha chiest quindi di nuovo il carcere a vita ritenendo che Pellicanò, il giorno in cui decise di far saltare in aria la casa, non avesse alcuna «sindrome depressiva» e che non fosse nemmeno semi-infermo. Il pubblicitario a ottobre, in aula, aveva preso la parola per leggere una lettera ai familiari delle vittime, presenti all’udienza, dicendo che per lui la vera ‘pena’ era essere lì a guardare in faccia la realtà e tutti coloro a cui aveva fatto del male. Il suo difensore, l’avvocato Alessandra Silvestri, ha ribadito invece che chiederà l’infermità mentale del suo assistito e la concessione delle attenuanti generiche con la speranza che in futuro l’uomo possa riallacciare i rapporti con le figlie.

Come la Procura Generale pure i legali dei parenti delle vittime hanno chiesto ai giudici di confermare la sentenza di ergastolo, sostenendo, al contrario della consulenza tecnica di parte, che la personalità del pubblicitario milanese “narcisistica ed ossessiva”, la sua “rabbia” e il non essere riuscito ad accettare “la fine del rapporto con la compagna” e il “fallimento” di quello con le figlie “non escludano la sua capacità di intendere e volere”. “Non ha sopportato le sue frustrazioni e ha messo in atto una logica - ha sottolineato Antonella Calcaterra, l’avvocato delle bimbe ora seguite dai nonni materni e dalla zia - del o con me o tutti mortì” e quindi “non si è suicidato ma ha fatto una strage» con la quale «è stato distrutto tutto. Queste bambine - ha aggiunto l’avvocato - non hanno più un ricordo, nemmeno una foto della mamma su cui piangere». I legali di parte civile hanno anche evidenziato come Pellicanò, in alcune intercettazioni che risalgono al suo ricovero in ospedale dopo la strage, diceva a un’amica che la sua depressione era minima e che non voleva suicidarsi.