Cristina Cattaneo
Cristina Cattaneo

Milano, 21 gennaio 2019 - Corpi che raccontano una storia, dai delitti più efferati alle tragedie nel Mediterraneo. Una medicina legale «al servizio della giustizia ma anche dei diritti umani», per ridare dignità ai morti e ai vivi. Cristina Cattaneo, 55 anni, medico legale che dirige il Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) della Statale, ha raccontato nel libro “Naufraghi senza volto” (Raffaello Cortina Editore) l’impresa di dare un nome a centinaia di migranti morti il 18 aprile 2015, data di una delle più grandi tragedie nel Mediterraneo. Una nuova sfida per la “scienziata delle ossa”, che ha lavorato su cold case come gli omicidi di Lidia Macchi ed Elisa Claps, morti finite sotto i riflettori - da Cucchi a Yara Gambirasio - e casi rimasti nell’ombra. Il ricavato dai diritti d’autore del libro, ieri presentato nella Comunità di Sant’Egidio, servirà per proseguire il lavoro sui migranti. 

Che messaggio ha voluto lanciare?
«Quando cade un aereo ci si adopera per identificare tutte le vittime, e si deve fare lo stesso anche quando affonda un barcone. È una questione di diritti non solo dei morti ma soprattutto dei vivi, che devono conoscere la verità. Poi ho voluto raccontare un’esperienza meravigliosa coordinata dall’ufficio del Commissario straordinario per le persone scomparse. Ho scelto di scrivere la storia che raccontano i morti, attraverso gli oggetti trovati sui loro corpi». 

La pagella del ragazzino del Mali e la vignetta di Makkox sono diventate un simbolo. 
«Makkox è riuscito a tradurlo in qualcosa di più emotivo delle parole, e di questo sono ben felice». 

In questi giorni si sono registrati altri naufragi nel Mediterraneo. Si riuscirà a fermare le stragi?
«Dal 2012 ci sono stati più di 20mila morti, alle porte dell’Europa liberale e illuminata. La soluzione spetta ad altri, ma l’augurio è quello che il libro e il barcone rimangano un simbolo». 

Perché ha scelto di mettere a disposizione le sue competenze per questa sfida?
«La medicina legale è al servizio della giustizia, ma bisogna anche andare oltre e pensare ai diritti umani. L’obbligo di identificare chi muore in mare non è ben dettagliato, va normato...». 

Il suo lavoro comporta un contatto costante con la morte...
«Alla morte non ci si abitua, ma so che fa parte del mio lavoro e del mio vissuto. Però non c’è mai un distacco». 

Film, libri e serie tv, come “L’allieva”, hanno portato alla ribalta la medicina legale. 
«Tutto ciò che può fare pubblicità va bene, anche perché la nostra professione rischia di perdersi». 
 

Perché?
«Sono sempre meno le autopsie richieste dalle Procure, e i fondi sono sempre più scarsi, quando invece lo studio del morto è fondamentale. Bisognerebbe rivedere gli assetti della medicina legale. Ad esempio negli ospedali ci dovrebbe essere un modo per riuscire ad avere in tempo reale elementi utili per risolvere un crimine». 
 

Che cosa consiglierebbe a una ragazza che vorrebbe avvicinarsi alla medicina legale?
«Consiglierei di studiare. È un mestiere molto bello, speriamo che in futuro si riesca a farlo fiorire».