Milano, 10 maggio 2018 - C'è una scatola blu, la “Blue box”, in cui i ragazzi possono infilare messaggi per chiedere aiuto o segnalare situazioni critiche, trasformando così un pezzo di carta - anche anonimo - in uno strumento potente. È la parte più visibile della campagna contro il disagio giovanile portata avanti da un’équipe multidisciplinare della Polizia di Stato nelle scuole medie e superiori. Un progetto voluto dalla Direzione centrale Anticrimine, coordinato dal Dirigente della Divisione Anticrimine, partito nei mesi scorsi per contrastare bullismo e cyberbullismo. Gli agenti incontrano i ragazzi, rispondono alle loro domande, cercano di conquistarne la fiducia. Spiegano pure che dai 14 anni si diventa «responsabili di reato» e che dal 2017 la legge consente emettere un ammonimento anche per i cyberbulli. I casi più eclatanti? Finora si sono riscontrati in due scuole medie di periferia.

Un ragazzino ha scritto di essere vittima di «bulli di altre classi: mi fanno male se non cedo loro la mia merenda e mi insultano». Queste, pressappoco, le parole. La polizia è andata a fondo e - colpo di scena - ha scoperto che «il bullo» in realtà era quello stesso ragazzino, che se la prendeva con i più deboli. Perché dipingersi vittima? Era il suo modo di chiedere attenzioni. Ed è stato aiutato.

In un’altra scuola media un ragazzino ha scritto di essere stato aggredito da tre compagni di scuola. Dalle indagini è emerso un malessere: non era stato picchiato, ma aveva paura che potesse succedere. Il suo era un problema a relazionarsi con gli altri. Altri casi riguardano foto pubblicate su gruppi WhatsApp «per ripicca». Un esempio? Per fare dispetto alla (ex) fidanzatina, il ragazzino di turno diffonde una sua foto intima.

In questo caso, la polizia può intervenire se c’è richiesta di ammonimento da parte della vittima. «L’ammonito» viene informato del fatto che sta commettendo un reato ed entro 48 ore la vittima può chiedere la cancellazione di foto e frasi offensive ai gestori di social network o di altri siti. E dal 5 aprile c’è uno strumento in più: il Protocollo Zeus firmato tra Questura di Milano e Centro nazionale per la promozione della mediazione. Da allora, ai decreti di ammonimento del questore destinati a stalker, autori di maltrattamenti e bulli si affianca «l’ingiunzione trattamentale». Chi riceve l’ammonimento viene esortato a rivolgersi al Cipm. Finora il trattamento è scattato per stalker e violenti. «Si parte sempre con l’ascolto – spiega Paolo Giulini, direttore Cipm –. Intervenendo in fase di ammonimento evitiamo che si arrivi al peggio». Nel caso di un bullo, o cyberbullo, «cerchiamo di sensibilizzarlo rispetto ai danni e di potenziare le sue qualità empatiche, ad esempio facendogli leggere lettere di vittime». M.V.