Una delle mobilitazioni promosse dal Gruppo aiuto mesotelioma
Una delle mobilitazioni promosse dal Gruppo aiuto mesotelioma

Lecco, 3 dicembre 2019 - L’amianto era ovunque, non solo sui tetti e nelle tubazioni dell’impianto di riscaldamento, ma si annidava anche nella catena di montaggio, nei bocchettoni a getto per pulire i macchinari, nei dispositivi in teoria di protezione e perfino in alcuni vestiti come i guanti a mezze dita indossati dagli operai per afferrare le lampadine incandescenti, senza che loro né i loro familiari né sapessero nulla, con il rischio di ammalarsi tutti di mesotelioma o di altre forme tumorali o di patologie respiratorie.
A scoprirlo sono stati i volontari del Gam, il Gruppo aiuto mesotelioma, che hanno chiamato a raccolta i superstiti degli 800 dipendenti che hanno lavorato negli stabilimenti adesso dismessi a diroccati della ex Leuci di Lecco, fondata esattamente un secolo fa, nel 1919.

«Grazie alle preziose testimonianze abbiamo certificato che lì la fibra killer non era presente solo sui tetti e nelle condutture, come già emerso durante le bonifiche in corso da ultimare, ma anche nella catena di montaggio e in alcuni indumenti, senza alcuna tutela e senza che nessuno fosse informato del grave pericolo», spiega la 50enne Cinzia Manzoni, presidente del Gam, che ha fondato nel 2014 e che sta dedicando ogni energia affinché a sempre meno persone sia riservata la medesima sorte purtroppo capitata a suo padre Angelo, scomparso all’età di 76 anni a causa di un tumore della pleure dovuto all’esposizione all’amianto. Grazie ad una perizia del medico legale Edoardo Bai e all’avvocato Roberto Molteni con tre ex operai è già stata avviata una sorta di causa pilota per ottenere i benefici previdenziali previsti perché sono stati esposti ai limiti delle 100 fibre di amianto per litro d’aria.

Per tutti gli altri invece sono state attivare le procedure di sorveglianza sanitaria affinché possano sottoporsi a tutti gli esami di controllo periodici necessari per prevenire possibili patologie connesse all’inalazione dell’asbesto o almeno per diagnosticarle e quindi curarle il prima possibile. «Fortunatamente le tre persone per le quali abbiamo chiesto ai funzionari dell’Inps di riconoscere i benefici previdenziali sono sane, ma siamo a conoscenza di una caso riconosciuto di decesso più altri due vittime sospette – prosegue la presidente del Gam -. Speriamo non si verifichino altre morti. Nonostante le inevitabili paure che io purtroppo ho sperimentato e sperimento in prima persona, il nostro obiettivo comunque non è spaventare, semmai è quello di aiutare quanti si trovano nella medesima situazione. Adesso che tutti sappiamo non possiamo più fingere di nulla. Non intendiamo giudicare chi ha commesso errori in passato, non ci compete, noi vogliamo porvi rimedio ed evitare che vengano compiuti gli stessi sbagli».

La vicenda della Leuci potrebbe infatti rappresentare solo la classica punta dell’iceberg, specie in una provincia fortemente industrializzata quale era quella di Lecco, perla quale da Regione Lombardia sono stati stanziati fondi per finanziare quasi una cinquantina di interventi di bonifica dall’amianto.