Il luogo dell'attentato in cui ha perso la vota l'ambasciatore
Il luogo dell'attentato in cui ha perso la vota l'ambasciatore

 

Lecco, 23 febbraio 2021 – Sembra il reboot di un vecchio film già visto il massacro in Congo dell'ambasciatore Luca Attanasio di 43 anni, del carabiniere 30enne Vittorio Iacovacci e l'autista del convoglio del World food programme in cui viaggiavano Mustapha Milambo. Il 6 agosto 1995 sempre nello stesso parco dei gorilla di Virongo dove sono stati trucidati lunedì i due italiani, che però all'epoca si trovava in quello che si chiamava Zaire invece che Congo, vennero trucidati quattro volontari dell'associazione Mondo Giusto di Lecco e anche i due figli piccoli di uno di loro. Anche loro come l'ambasciatore italiano e gli altri erano lì per aiutare e fare del bene.

A essere attaccati e uccisi a colpi di fucile e di machete durante quella che doveva essere una domenica di svago furono il lecchese Michelangelo Lamberti, Tarcisio Cattaneo di Calolziocorte, Luigi Cazzaniga di Sovico, Adelio Castiglioni di Locate Varesino e i suoi due figli Samuele e Roberta di 5 e 11 anni, ammazzati anche loro senza pietà nonostante l'età. Scamparono alla mattanza solo Flavio Riva di Valmadrera e Noella Bagorha, originaria dello Zaire, madre dei due bambini assassinati, rimasta gravemente ferita e dal quel giorno costretta su una sedia a rotelle perché paraplegica. Ogni anno nella basilica di San Nicolò a Lecco viene celebrata una messa per ricordare la strage degli italiani.

“Sparavano e ridevano, parlavano non so quale lingua”, raccontò una decina di giorni dopo l'assalto appena rientrato in Italia il superstite valmadrerese, sopravvissuto perché probabilmente creduto morto. “Siamo partiti verso le 10 dal campo di Mondo Giusto, siamo arrivati alla sbarra di ingresso del parco una quarantina di minuti dopo, dopo dieci minuti è iniziato l'assalto. Il primo colpo ha centrato l'autista, la macchina ha sbandato ed e' andata fuori strada. Subito hanno iniziato a sparare dentro. Qualcuno mia ha detto che oltre i fucili hanno usato anche i machete, io non l'ho visto. Sparavano e ridevano, parlavano, non so quale lingua. Mi hanno portato via lo zaino insieme al giubbotto e mi hanno preso gli scarponi, poi sono andati. Per quindici-venti minuti non e' successo niente, poi ho sentito il rumore di un camion che passava, si fermava, qualcuno urlava, e sono arrivati i primi soccorsi. Mi hanno portato giu', dall'altro lato della strada, hanno fatto scendere. Dopo sono arrivati dei militari, uno di loro si e' messo alla guida della jeep e l'ha riportata sulla strada e proprio con quella ci hanno portato all'ospedale”.

Gli autori dell'eccidio non sono stati mai scoperti, si era all'indomani del genocidio del Ruanda del 1994 e delle rappresaglie reciproche tra i Tutsi e gli Hutu. Probabilmente si trattò però probabilmente di una rapina, magari da parte di paramilitari o forse di bracconieri. “Mi sono tornare in mente esattamente le immagini di 25 anni fa – confidano Domenico Colombo, all'epoca presidente dell'associazione Mondo Giusto e la moglie Alessandra Carsana -. Non è cambiato nulla, le stesse strade, la stessa violenza. Era così anche tanti anni fa'. Era ed è ancora difficile dalla capitale poter gestire quei posti lontani 2mila chilometri con di mezzo la foresta africana”. Per il rientro delle salme degli italiani ci volle più di una settimana, non erano nemmeno disponibili le casse per il rimpatrio. Nonostante quello che è successo i cooperanti di Mondo Giusto hanno continuato e continuano a sostenere progetti di sviluppo in Congo, dove hanno costruito una centrale idroelettrica, dispensari, un molino, una scuola e altro ancora.