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22 ott 2021

Diritto alla disconnessione: cos'è, perché è utile, leggi, come siamo messi in Italia

Nella bozza delle nuove norme sullo smart working nella PA inserita una fascia di riposo giornaliero non inferiore alle 11 ore

e.c.
Economia

Nelle linee guida sullo smart working presentate oggi dal ministro Renato Brunetta ai sindacati un capitolo di particolare rilievo è dedicato al diritto alla disconnessione. Ovvero la possibilità per chi lavori da casa - o, comunque, non in ufficio - di "staccare" alla fine dell'orario lavorativo. Un tema che, ovviamente, non riguarda solo lo smart working ma che, in tempi di iperconnessione e barriere temporali abbattute dalla tecnologia, è centrale nell'intero mondo del lavoro.

Cosa dicono le linee guida sullo smart working

Secondo la bozza illustrata dall'esponente del governo Draghi anche il lavoratore pubblico in smart working avrà diritto a un periodo di riposo consecutivo giornaliero non inferiore a 11 ore per il recupero delle energie psicofisiche, così come prevede il contratto per il lavoro in presenza. Questo nonostante la prestazione lavorativa in modalità agile sia svolta senza un vincolo di orario nell'ambito delle ore massime di lavoro giornaliere e settimanali stabilite dai contratti nazionali del lavoro. Lo smart working, del resto, se può aiutare nel gestire meglio i tempi lavorativi, può portare a una loro dilatazione e alle possibilità di una confusione fra momenti dedicati al lavoro e momenti dedicati alla vita privata. 

Perché è giusto disconnettersi

Restare sempre connessi, con strumenti che vengono spesso forniti dalla stessa azienda, non è affatto salutare. Comportarsi da Stakanov 4.0 - per propria attitudine o perché, in qualche modo, costretti - è fonte di enorme stress. Del resto è dimostrato che un impegno che non rispetti i ritmi naturali dell'alternanza fra pausa e lavoro può essere pericoloso sul fronte della salute psichica e fisica. I periodi di riposo servono a ricaricare le pile e comportano benefici anche sulla produttività del lavoratore, così come su un suo atteggiamento positivo sul posto di lavoro (agile o meno).

Chi se n'è occupato

I primi a occuparsi del tema sono stati i francesi, con la Loi du Travail (legge sul lavoro) del 2016. In questo documento le aziende con più di 50 dipendenti sono obbligate esplicitamente a prevedere, nell'ambito della contrattazione aziendale, il diritto dei dipendenti a disconnettersi fuori dall'orario di lavoro. Il legislatore, però, ha trascurato di prevedere sanzioni per chi non rispetti la norma. In Germania, invece, sono state le singole aziende (non tutte) a prendere in mano la situazione, prevedendo sul fronte della contrattazione di secondo livello (quella interna all'azienda) la possibilità di spegnere ogni strumento fornito dalla proprietà - telefoni, pc o altro - e non rispondere a messaggi e comunicazioni nei giorni festivi o nei momenti dedicati a famiglia e vita privata. 

Cosa succede in Italia

Prima dell'intervento sulla pubblica amministrazione, per ora limitato comunque a una bozza, alcune aziende private e grandi gruppi hanno fatto della questione disconnessione un punto qualificante all'interno della loro policy aziendale o l'esito di una contrattazione con la controparte. In alcuni casi si è giunti a fissare nero su bianco quali siano i momenti dedicati alle pause dal lavoro in coerenza con l'orario di impiego, le festività e il riposo giornaliero o settimanale, le ferie o la malattia.

Un primo risultato sul fronte dello smart working era arrivato nel marzo scorso, con il decreto legge 30, in cui viene riconosciuto il diritto alla disconnessione limitatamente alle strumentazioni digitali per l’attività lavorativa in modalità agile, nel rispetto degli accordi già sottoscritti e, per il pubblico impiego, dell’eventuale contrattazione collettiva. Ora, nella "bozza Brunetta", il tema viene ampliato, stabilendo la durata dell'orario di riposo per chi lavora in modalità agile. 

Due i problemi principali per quanto riguarda il nostro Paese: la disconnessione, al momento, non è riconosciuta come diritto universale e la regolamentazione della stessa è rimessa al confronto fra le parti.

I possibili problemi

Secondo gli esperti di diritto del lavoro fino a oggi la genericità delle disposizioni legali in Italia, ma anche in altri ordinamenti, fa sì che molto spesso la disconnessione rimanga nella pratica inattuata. A fronte di normative non "rigorose", quindi, le aziende hanno gioco facile a lasciare l'argomento diritto alla disconnessione in un cassetto. Inoltre, almeno fino a oggi, visto che la regolamentazione del diritto alla disconnessione era lasciata alla libertà delle parti del rapporto, possono essere favorite le esigenze dell’impresa piuttosto che quelle del lavoratore. Un problema, quest'ultimo, che - nelle intenzioni del governo - dovrebbe essere risolto con il pacchetto di norme presentato oggi.

 

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