Brian Molko dei Placebo
Brian Molko dei Placebo

Assago, 15 novembre 2016 - Gli anni passano, i legami rimangono. E quello dei Placebo con Milano è ormai ventennale. Ecco perché stasera il ritorno dei Placebo ad Assago costituisce un Il ritorno di Brian Molko con i Placeboevento che il Forum accoglie a ranghi compatti. Anche perché l’autocelebrazione di questo 20 Years World Tour e della doppia antologia “A place for us to dream” - vera e propria summa di un’avventura rock da 12 milioni di dischi venduti - spinge la band a forzare la sua ritrosia per le hit-parade e ad aprire il repertorio dello show anche ai pezzi più commerciali. «Credo sia giusto, una volta tanto, premiare la pazienza dei fans suonando quello che si aspettano da noi» ammette lo stesso Molko. «Chi vuole sentirci suonare vecchi cavalli di battaglia che non facevamo da un decennio come ‘Pure morning’ e ‘Nancy boy’ non può perdersi questo ritorno; anche perché probabilmente non li faremo mai più».

Sono passati vent’anni, dunque, dal giorno in cui i Placebo aprirono il concerto del loro grande mentore David Bowie al Palatrussardi. «Erano i tempi dell’Outside Tour e io non stavo nella pelle dalla felicità di suonare finalmente nel Paese di mia nonna, che era bolognese e di cognome faceva Tito» ricorda Brian, 43 anni, nato a Bruxelles da padre banchiere italo-americano e madre scozzese, oggi contitolare del marchio assieme al bassista Stefan Olsdal.

«In una famiglia di banchieri io sono la pecora nera, ma ho iniziato ad interessarmi di recitazione e di teatro già a 11 anni. L’idea stessa di lavorare in un ufficio mi appariva così orribile e deprimente che ho fatto tutto il possibile per costruirmi un destino diverso». Bowie rimane un riferimento imprescindibile. «Senza la sua guida e i suoi consigli non credo che saremmo mai arrivati fin qui. Per me è stato un idolo, un maestro, un fratello. Amo David per quel che ci ha dato, per come ha vissuto e per come ci ha lasciati; in tempi in cui smartphone e microcamere trasformano ciascuno di noi in un paparazzo, la sua vita defilata, il suo addio in punta di piedi, credo abbiano dimostrato che in questo gigantesco Truman Show c’è ancora spazio per se stessi». In Italia i Placebo sono sbarcati a metà anni ’90, ma il grande pubblico li ha conosciuti, in modo traumatico, quando nel 2001 al Festival di Sanremo il cantante, oltre a spaccare chitarra e amplificatori, mostrò il dito medio alla telecamera. «In vita mia penso proprio di non aver mai espresso il mio disgusto in maniera più estrema di quella sera» riconosce. «Sebbene prima di andare in scena all’Ariston avessi bevuto un po’ di vodka-tonic, non ero drogato come poi è stato scritto, ero solo furibondo. E penso che i telespettatori abbiano potuto cogliere il disagio che avevo addosso per l’assurda cornice in cui ero stato costretto ad esibirmi».

L’ultimo album in studio “Loud like rock” risale al 2013 e segue un percorso che fino a qualche anno fa per una band come i Placebo sarebbe sconfinato nel cliché. «Una raccolta di canzoni d’amore rischia sempre di essere intesa come qualcosa di banale» ammette Molko, «ma se per la prima volta i brani di un nostro album sono legati fra loro da un filo rosso, si deve proprio a questa scelta istintiva».